Shuré: I grandi iniziati_la Grecia preistorica

Erano i tempi di Mosè, cinque secoli prima di Omero, tredici prima di Cristo. L’India si immergeva nel suo Kali Yoga, èra di tenebre, e conservava soltanto l’ombra del suo antico splendore; l’Assiria, che con la tirannia di Babilonia aveva scatenato sul mondo il flagello dell’anarchia, continuava a calpestare l’Asia; l’Egitto, grandissimo per la scienza dei suoi sacerdoti e faraoni, resisteva energicamente a questa universale decomposizione, ma l’opera sua si arrestava sull’Eufrate e al Mediterraneo; Israele, nel deserto, rivelava con la tonante voce di Mosè il principio del Dio maschio e della divina unità, ma la sua eco non era ancora giunta alla terra. La Grecia era profondamente divisa dalla religione e dalla politica.
La montuosa penisola che distende sul Mediterraneo i fini frastagliamenti delle sue coste, cui fanno corona ghirlande di isole verdi, da migliaia di anni albergava una parte della razza bianca, prossima ai geti, agli sciti e ai primitivi celti, e caratterizzata dal miscuglio e dagli impulsi di tutti le civiltà anteriori che avevano influito su di lei, poiché dall’India, dall’Egitto e dalla Fenicia erano venute colonie a stanziarsi sulle sue rive, popolando i suoi promontori e le sue valli di razze che avevano costumi e divinità molteplici. Sotto il colosso di Rodi, eretto sui due moli del porto, passavano flotte e si spiegavano al sole innumerevoli vele.
Il mare delle Cicladi, ove nei giorni sereni il navigante vede sempre isole e vele profilarsi sul chiaro orizzonte, ora solcato dalle rosse prue dei fenici e da quelle nere dei pirati di Lidia. Ed essi recavano nelle loro navi capaci tutte le ricchezze dell’Asia e dell’Africa: avorio, stoviglie dipinte, stoffe di Siria, vasellami d’oro, porpore e pelli, spesso donne rapite su una costa selvaggia.
Da questo incrocio di razze nato un idioma armonioso e facile, misto di celto primitivo, zendo, sanscrito e fenicio.
Si adorava Giunone ad Argo, Artemis in arcadia; a Pafo, a Corinto l’Astarte fenicia era diventata l’Afrodite nata dalla schiuma del mare. Molti iniziatori erano apparsi in Attica, e una colonia egizia aveva introdotto in Eleusi il culto di Iside sotto forma di Demeter (Cerere), madre degli dèi.
Ma dietro alla Grecia v’era la selvaggia e rude Tracia. Pastori delle valli e guerrieri dei piani appartenevano a questa forte razza bianca, alla grande riserva dei dori di Grecia, razza virile per eccellenza che si distingue nella bellezza per accentuazione dei tratti e decisione del carattere, e nella bruttezza per lo spaventevole e il grandioso delle Meduse e delle antiche Gorgoni.
Come tutti gli antichi popoli che ricevevano la loro organizzazione dai misteri come l’Egitto, Israele e l’Etruria, così anche la Grecia ebbe la sua sacra geografia, e ogni contrada divenne il simbolo di una regione puramente intellettuale e super-terrestre della mente.
In quei tempi la Tracia era in preda a una lotta profonda, accanita. I culti solari e i culti lunari si disputavano la supremazia. Questa guerra tra gli adoratori del sole e quelli della luna non era futile disputa di due superstizioni, come si potrebbe credere, poiché i due culti rappresentavano due teologie, due cosmogonie, due religioni e due organizzazioni sociali assolutamente opposte. I culti uranici e solari avevano i loro templi sulle alture e sulle montagne, sacerdoti maschi, leggi severe. Quelli lunari regnavano nelle foreste e nelle valli profonde; avevano donne per sacerdoti, riti voluttuosi, pratica sgretolata delle arti occulte, gusto di eccitazione orgiastica.

Toledot

Il popolo ebraico esiste da prima della nascita di Cristo e continua sino ai giorni d’oggi, il passato è per loro come una lunga catena in cui ogni individuo costituisce un anello, piccolo ma indispensabile perché essa non si spezzi. È errato definirli seguaci di una determinata religione o rappresentati di una razza specifica, essi costituiscono un popolo che condivide una storia e un’identità culturale oltre che religiosa: il giudaismo.
Il primo ebreo a essere chiamato tale fu Abramo (ivrih), il patriarca della Bibbia da cui discendono le tre stirpi di monoteisti: giudaismo, cristianesimo e islamismo.
Perché Israele?
La Bibbia è l’insieme di libri, un testo sacro narra di un antico e tortuoso cammino: il cammino verso la fede. Il Dio della Bibbia è invisibile e per il suo rispetto – soprattutto tra l’immensa distanza che separa l’uomo da lui – non va raffigurato, ma Abramo è tra i primi a ricevere tale rivelazione. Gli ebrei sono detti Israele, è rifatto il nome che viene dato a Giacobbe, figlio di Isacco e nipote di Abramo. Giacobbe è il capostipite delle dodici tribù, dodici figli i quali diedero il nome a ogni tribù.
Gli Ebrei, o figli di Israele sono anche chiamati Giudei, da Giuda, uno dei figli di Giacobbe (questo Giuda non ha nulla a che vedere con il Giuda traditore di Cristo), egli è il capostipite di una delle tribù, quello che rimase più a lungo indipendente, prima di cadere nelle mani di diversi imperi: Assiro-Babilonesi, Greci, Romani, Arabi, crociati e i Turchi.
A oggi gli Israeliani sono i cittadini dello Stato di Israele, occupando lo Stato della Palestina – Gaza è ciò che rimane di questo stato: il conflitto nella Striscia di Gaza del luglio-agosto 2014 ha determinato il più elevato numero di sfollati dal 1967. Popolata da epoche remote, la Palestina è stata ed è tuttora una terra sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani. Attualmente è una delle regioni più instabili del Pianeta, a causa delle gravi tensioni suscitate, a partire dal 1948, dalla nascita dello Stato di Israele, che ha profondamente scosso gli equilibri dell’area dando origine a una tuttora irrisolta ‘questione palestinese’.
Chi sostiene che tale terra fosse degli Ebrei in epoca antica non sa che fu la sede di fiorenti città commerciali nel III millennio a.C., la Palestina fu assoggettata dagli Egizi tra il XV e il XIII secolo a.C. Nel XIII secolo a.C., quando vi giunsero gli Ebrei, la Palestina era dominata dai Filistei (una popolazione giunta per mare, forse da Creta, in quello stesso secolo). Tre secoli dopo sorse nella regione il primo Stato ebraico indipendente, che si divise poi nei due regni di Israele e di Giuda. Verso l’ottavo secolo cadde sotto il controllo degli Assiri, dei Babilonesi, dei Persiani, dei Greci e dei Romani.
Luogo di origine del cristianesimo, essa entrò a far parte dell’Impero bizantino nel V secolo d.C.
Fu quindi conquistata dagli Arabi intorno alla metà del VII secolo e islamizzata. Teatro delle crociate tra l’XI e il XIII secolo, nel Cinquecento venne assorbita nell’Impero ottomano, sotto il cui dominio rimase sino agli inizi del Novecento.
Verso la seconda metà dell’ottocento – e qui sarebbe da fare capire a chi da contro solo a Hitler per la Shoah, dove tutta Europa andò contro la popolazione ebraica – la Palestina divenne meta di migliaia di ebrei in fuga dall’europa a causa delle persecuzioni (soprattutto da parte della Russia zarista, persecuzioni che continueranno anche dopo il secondo conflitto); la Francia fu uno dei primis paesi di quel millennio ad avercela con gli Ebrei, per poi esplodere nella Germania Nazista.
Durante la Prima guerra mondiale la Palestina cadde nell’orbita della Gran Bretagna, la quale si impegnò, seppure in modo contraddittorio, a trasformare la regione in un «focolare nazionale» ebraico. Affidata in mandato alla Gran Bretagna dalla Società delle nazioni nel 1922, tra le due guerre essa vide crescere l’immigrazione ebraica e gli scontri tra i coloni ebrei e i palestinesi. Lo sterminio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale per opera dei nazisti impresse una definitiva accelerazione a questo processo che, dopo vari tentativi di mediazione, sfociò infine nella proclamazione dello Stato di Israele nel 1948. Stato nato per decisioni altrui, per incoerenza e per mano di nazioni che volevano risolvere il problema “levandoselo letteralmente di torno”.
La nascita dello Stato di Israele modificò radicalmente gli equilibri della Palestina, inaugurando un periodo di acuta conflittualità tra Israele, gli Stati arabi e i Palestinesi. Le guerre arabo-israeliane sorsero dal 1948-49, 1956, 1967 e nel 1973.
I Palestinesi si vennero a trovare in una condizione drammatica: da un lato, negli Stati arabi vicini, dove fuggirono dopo la guerra del 1948-49, ammassandosi in enormi e invivibili campi profughi; dall’altro lato, nei territori della Cisgiordania e della striscia di Gaza, che gli Israeliani occuparono dopo la guerra del 1967.
Da qui nacque un conflitto tra terminologie simili ma del tutto differenti: il sionismo, anti-sionismo, ebraismo, anti-semitismo. Termini utilizzati in maniera errata dalla propaganda della “Israel lobby”, confondere anti-sionismo e anti-semitismo è un errore linguistico e filologico, ancor prima che storico. Significa divulgare ignoranza e guerra, e far un torto all’ebraismo stesso: infatti non tutti gli ebrei sono sionisti.
Il sionismo ha quattro obiettivi: trasformare l’identità ebraica transnazionale centrata sulla Torah in un’identità nazionale già comunemente diffusa in Europa; sviluppare una nuova parlata basata sull’ebraico della Bibbia e dei rabbini; trasferire gli ebrei dai loro paesi d’origine alla Palestina; stabilire un controllo economico e politico sulla “nuova antica terra”, utilizzando se necessario la forza.
Gli antisionisti sono coloro che si oppongono a uno o più degli aspetti del progetto sionista, la secolarizzazione e il sionismo trasformarono profondamente molti ebrei, che abbandonarono le pratiche morali e rituali che l’ebraismo aveva sviluppato durante quasi due millenni. Alcuni ebrei, come ad esempio molti coloni della Cisgiordania, usano addirittura strumentalmente l’ebraismo per obiettivi prettamente legati alla militanza sionista.
Gli ‘ebrei tradizionali’ sono tutti coloro che sono rimasti fedeli alla tradizione ebraica. Coloro che non appoggiano la questione sionista ebraica. Gli Ebrei non sono una nazione, né soltanto una fede religiosa, né tantomeno una razza, professano il giudaismo, ma appartengono alle tribù semite (le origini); un popolo che ha vissuto buona parte della sua storia disperso fra le altre genti, in mezzo a culture, lingue, regimi diversi. In Italia così come in Marocco, India, Argentina, Russia, Etiopia e tanti, tanti altri paesi del mondo, e pur vivendo in questa situazione per millenni, gli Ebrei hanno continuato a custodire la propria identità.
Un popolo dal trascorso travagliato e pieno di sofferenza, dove è sempre sopravvissuto e che ora, nella causa Israele e Palestina, non si fa mancare di restituire ingiustamente il male che “ha ricevuto” nel corso dei secoli.

Col nome di Semiti è designato un vasto e compatto gruppo etnico e linguistico dell’Asia anteriore le cui sedi presentavano nell’antichità e (prescindendo da pochi nuclei isolati formatisi in seguito a particolari vicende migratorie) presentano tuttora una singolare continuità territoriale.
Da un territorio ben specifico, delineato e dipartito già in età molto remota, un movimento migratorio (forse anche più di uno) che ha prodotto lo stanziamento stabile di popolazioni semitiche sulla porzione meridionale della costa africana del Mar Rosso e nel retroterra (Etiopia); invece i tentativi di penetrazione semitica che a Nord della migrazione etiopica e parallelamente a questa si erano, fin da età antichissima, diretti verso l’Egitto, non acquistarono carattere di stabilità se non in un tempo prossimo a noi, con la conquista araba del secolo VII d. C., in conseguenza della quale un altro popolo semitico, gli Arabi, si stabilì in Africa, dapprima nella valle del Nilo, che risalì fino a congiungersi, nel Sudan, con le estreme propaggini dei Semiti di Etiopia, quindi lungo la costa e nel retroterra dell’Africa settentrionale, fino a raggiungere l’Europa attraverso lo stretto di Gibilterra e a introdurre nella Spagna elementi etnici semitici, peraltro non copiosi né immuni da mescolanze allogene né destinati a prevalere nel territorio occupato. Anche più scarse numericamente, benché importantissime per la storia della civiltà, sono due altre correnti migratorie che condussero i Semiti oltre i confini del loro territorio: quella dei Fenici, che molto prima degli Arabi si erano disseminati, in centri cittadini, lungo le coste africane e spagnole e nelle grandi isole mediterranee; quella degli Ebrei, del tutto particolare per origine e per sviluppi posteriori, in seguito alla quale colonie di origine semitica si sono stanziate in tutti i paesi d’Europa e anche, in tempi recenti, in America. Le comunità ebraiche contemporanee (e fino a un certo punto anche le colonie di Arabi della Siria stabilite nell’America Settentrionale e Meridionale) segnano, a rigore di termini, l’estremo punto di arrivo dell’espansione migratoria semitica.
I popolo semitici sono suddivisi in tre gruppi: Assiro-Babilonesi (o Accadi); Semiti nordoccidentali, cioè gli Amorrei, questi ultimi a sua volta sono suddivisi in Cananei (Fenici, Ebrei e altri) e Aramei; Semiti sud-occidentali, cioè gli Arabi (dialetti nord-arabici e sud-arabici) e gli Etiopi.
Invece il sionismo è movimento politico e ideologico volti alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina (da Sion, nome della collina di Gerusalemme).
Sviluppatosi alla fine del XIX sec., in seguito all’inasprirsi dell’antisemitismo in Europa orientale e alla crisi seguita al cosiddetto affare Dreyfus, il semitismo avanzò le proprie rivendicazioni nel Congresso di Basilea (1897). Furono allora tracciate le linee del futuro programma d’azione del semitismo, in cui si fondevano tre tendenze: la prima vedeva nella colonizzazione agricola della Palestina il mezzo per restituire agli Ebrei la loro dignità umana e per far valere in futuro effettivi diritti sul territorio, la seconda, etico-religiosa, si batteva per un ritorno alla tradizione e la rinascita di uno spirito nazionale e dei valori culturali e religiosi dell’ebraismo; infine, la terza, quella politica mirava a ottenere la concessione di una ‘carta’ internazionale che autorizzasse e tutelasse l’immigrazione ebraica in Palestina.

Combattente, partigiano islamico

Sempre stato considerato il crocevia tra Oriente e Occidente l’Afghanistan è considerato uno dei paesi più poveri del mondo, causato in parte alle different condizioni ambientali, ma anche sociali ed economiche. Ciò che ha contribuito a piegare di più questa terra sono state le tante guerre sopportate delle genti afgane, la sua posizione strategica l’ha sempre fatta da bersaglio.
Raggiunta l’indipendenza nel 1747, ma l’interesse soprattutto per i russo e gli inglesi, le svariate popolazioni situate all’interno di questa terra ha sempre reso l’Afghanistan un luogo travagliato.
Negli anni Venti del secolo decimo nono l’Afghanistan si liberò dalla tutela britannica – durata per tutto l’Ottocento – e avviò una politica di equidistanza tra Urss, Cina e Stati Uniti. Ma nel 1973 ci fu un colpo di Stato che abbatté la monarchia, anche nel 1978 un ulteriore colpo di Stato portò al potere il partito comunista, dal quale l’Urss, nel 1979, non si fece mancare l’occasione di invadere il paese. I Sovietici rimasero in Afghanistan per un decennio, affrontando un sanguinoso conflitto con i guerriglieri islamici (mugiahidin).
mujaheddin sono combattenti del jihad nel senso di guerra contro i nemici di Dio, ma anche semplicemente, nel mondo arabo, combattenti per la propria patria. Si definiscono così i membri della guerriglia islamica radicale attivi in molti conflitti contemporanei, soprattutto nell’Asia centrale e nel Sud-Est asiatico. Il termine divenne noto nel corso della guerra russo-afghana, durante la quale (1979-89) vennero sostenuti, in vari modi, da Stati Uniti, Pakistan e Arabia Saudita. Contrastarono l’intervento militare sovietico a sostegno del governo progressista afghano. Tra i vari gruppi si distinse quello finanziato e organizzato da Osama Bin Laden, il quale nel 1988 diede vita al gruppo di al-Qa‛ida. Alla fine della guerra, i mujaheddin si divisero in due componenti: l’Alleanza del Nord e i Taliban, tra i quali ebbe inizio un’aspra guerra civile.
Di mujaheddin si parla anche a proposito dei guerriglieri, sunniti e sciiti, attivatisi in Iraq a partire dal 2003 contro l’occupazione delle truppe statunitensi.
L’Afghanistan è un paese dal clima continentale con capitale Kabul, mentre altre città più importanti sono Kandahar e Herat – danneggiate dalle ultime guerre –; non è ricco di risorse naturali ma, data la sua posizione strategica, è sempre stato più volte soggetto di tentativi di conquista per il passaggio tra Cina, Iran e le steppe del Nord. Essendo posizionato in questa posizione strategica – “un incrocio” – è caratterizzato da varie etnie: Hazari, Usbechi a nord, Pashtun, Tagichi a sud, Beluci a sud e Pathani (sempre Pashtun) a est.
Ognuna di queste popolazioni contenente una sua organizzazione sociale e con una propria lingua.
Questo paese anticamente era percorso dalla via della seta, percorsa da carovane che collegavano il Mediterraneo con l’Oriente. Anche Marco Polo l’attraversò nel suo viaggio in Estremo Oriente, da lui raccontato nel libro Il Milione, dove si parla anche dell’Afghanistan.
Nel 1992 l’Afghanistan divenne una repubblica islamica, ma continuò a essere dilaniato dalla guerra tra i vari gruppi di mujaheddin, sin quando, nel 1996, prevalsero i taliban (“studenti” delle scuole coraniche).
Talebani (o Taliban) è un gruppo di fondamentalisti islamici formatisi nelle scuole coraniche afghane e pakistane (dal pashtō ṭālib «studente»), impegnato nella guerriglia antisovietica in Afghanistan; tra il 1995 e il 1996 sono emersi come vincitori della guerra civile afgana successiva al ritiro dell’URSS e, conquistato il potere, hanno imposto un regime teocratico basato sulla rigida applicazione della legge coranica.
Costoro instaurarono un regime fondamentalista: le donne non potevano studiare né lavorare, gli uomini erano obbligati a frequentare le moschee, e per le punizioni si ricorreva spesso alla lapidazione pubblica. Nel 2001 l’intervento militare degli Stati Uniti rovesciò il regime dei taliban. Nel 2004, dopo tre anni di governo provvisorio, si sono svolte le prime elezioni democratiche della storia afghana, che hanno visto l’elezione di Hamid Karzai alla presidenza della Repubblica.

Era la sera del 27 dicembre del 1979 quando il presidente della repubblica Afghana, Hafizullah Amin, cenava all’interno del suo sontuoso palazzo presidenziale quando i suoi ospiti iniziarono a sentirsi male. Lui stesso crollò prima di avere il tempo di reagire, questo dedusse che la cena era stata avvelenata e solo un medico russo riuscì a salvare la vita al presidente. Solo poco dopo, nel tentativo di riprendersi, Amin venne avvertito che il palazzo era sotto attacco e, proprio in quel momento, le forze speciali sovietiche – tra cui una squadra di specialisti del KGB, il servizio segreto russo che aveva appena cercato di avvelenarlo per la seconda volta – si stavano contendendo il palazzo con la sua guardia presidenziale. Circa un’ora dopo l’inizio dei combattimenti, Amin venne ucciso, in circostanze mai del tutto chiarite. L’attacco al palazzo presidenziale di Amin e il contemporaneo colpo di stato con cui l’esercito sovietico occupò Kabul segnarono l’inizio dell’invasione sovietica dall’Afghanistan, un conflitto che sarebbe durato per un decennio, costando la vita a centinaia di migliaia di persone, soprattutto afgani.
È corretto specificare che il governo dell’Unione Sovietica, a partire dalla morte di Stalin nel 1953, cominciò a prestare sempre più attenzione ai Paesi del Terzo Mondo; questo perché l’eliminazione dell’influenza occidentale avrebbe indebolito l’Occidente capitalistico, rappresentando un vantaggio di lungo termine per l’URSS. È per questo motivo che i rapporti tra Russia e Afghanistan erano collaborativi, soprattutto perché permetteva all’Afghanistan di collaborare in campo economico con diversi stati. Era evidente che i vantaggi commerciali erano da ambo i lati: rendere vantaggiosa la collaborazione con Kabul dal punto di vista della politica estera sovietica, fare della cooperazione sovietico-afgana un modello per altri paesi del Terzo Mondo.
E qui, nel 1978, tra gli obiettivi si aggiunse l’ostinata difesa della rivoluzione socialista afghana. L’invasione sovietica iniziò il 27 dicembre 1979, segnando una cesura nella storia della guerra fredda; ultima grande avventura internazionale prima della sua caduta.
Non dimentichiamoci che l’Afghanistan, prima dell’occupazione sovietica, era stato un paese povero ma stabile, una remota area di frontiera da tempo dimenticata dalle grandi potenze. I dieci anni di occupazione sovietica lo cambiarono profondamente e lo trasformarono in una nazione traumatizzata e ferita, divisa da una guerra civile che sarebbe terminata soltanto con l’ascesa del regime talebano.
Naturalmente intervennero gli Stati Uniti, riattivando una truce guerra civile che dura ancora oggi.
Per dieci anni l’Afghanistan, prima dell’invasione sovietica, era stata alleata con la Russia e, proprio questa invasione fu presa alla leggera da questi ultimi, pensando che fosse stata una sorta di “guerra” lampo. Il presidente Amin era comunista e lui stesso aveva chiesto l’intervento sovietico per sconfiggere un’insurrezione scoppiata nel paese. La risposta dei leader sovietici inizialmente era stata negativa, perché non volevano che il paese fosse diventato una sorta di “Vietnam”; ma nel giro di poco tempo la situazione gli sfuggì di mano, perché i comunisti afghani non vollero prendere il potere lentamente – non avevano assolutamente l’intenzione di temporeggiare –, ma utilizzarono la forza: nel corso dei venti mesi di governo di Amin, si calcola che più di 20 mila persone siano state uccise, e moltissime appartenevano allo stesso Partito Comunista, sottoposto da Amin e dai suoi colleghi a feroci e periodiche purghe.
Tutto questo ci viene riportato dallo storico britannico Rodric Braithwaite, naturalmente raccontata nei suoi scritti dal punto di vista dell’Unione Sovietica.
Nel 1979 i sovietici inviarono crescenti aiuti al governo di Amin e ammassarono truppe ai confini con l’Afghanistan. Lo stesso anno Amin fece assassinare il presidente afgano, Nur Muhammad Taraki, il leader locale più vicino a Mosca. Per i sovietici una presa di potere concentrato nelle mani di Amnir, considerato un leader sanguinario e inaffidabile.
Anche l’occupazione Sovietica fu brutale e durò fino al 1989. È chiaro che i sovietici non ebbero una vera e propria sconfitta come gli Stati Uniti nella guerra del Vietnam, ma non riuscirono a dominare i mujaheddin – come venivano chiamati gli insorti –, essi si dimostrarono guerriglieri abili e coraggiosi, esperti del terreno e sempre capaci di scomparire nelle montagne dopo aver compiuto un attacco.
I mujaheddin non furono mai un fronte unito, infatti quando i sovietici si ritirarono iniziò una guerra sanguinaria tra di loro.

Alessandro Magno, tra leggenda e realtà

Alessandro Magno è incoronato dalle leggente come uno dei grandi uomini che vissero in un passato non reso molto chiaro, ma la tecnologia è cambiata e sono state fatte nuove scoperte.
Siamo tra il 334 e il 323 a.C., Alessandro Magno, grande comandante militare e re dell’antico regno della Macedonia, creò il più grande impero dell’epoca. I confini del suo impero si estendevano dalle attuali Grecia, Bulgaria e Turchia fino a Siria, Libano, Israele, Egitto, Iraq, Iran, India e gran parte dell’Asia centrale. Alessandro Magno conquistò tutto questo quando era ancora poco più che trentenne – per i canoni di quell’epoca era più che un uomo – poi una malattia si impossessò di lui, portandolo via in pochi giorni; in precedenza si pensava fosse morto per malaria, febbre da tifo o polmonite o, se non peggio, per mano di un veleno. Ma ora un nuovo studio ha svelato la vera causa della sua morte. “Un team di ricercatori guidato dal Dott. Thomas Gerasimidis dell’Università Aristotele di Salonicco, studia da quasi 25 anni gli ultimi giorni di vita di Alessandro Magno e ora è giunto finalmente ad una conclusione: il conquistatore è morto di necrosi pancreatica”.
«Dopo un’attenta analisi, Gerasimidis ha concluso che una grave sepsi, portata da una necrosi pancreatica acuta, ha spezzato la vita del comandante militare. Si ritiene che la malattia sia stata provocata da calcoli biliari e dalla passione di Alessandro Magno per alcol e pasti pesanti. “La comparsa dei sintomi è stata caratterizzata da un forte dolore addominale dopo un abbondante pasto e vino, seguita da febbre e un progressivo e fatale peggioramento per 14 giorni”, ha spiegato Gerasimidis. Secondo le fonti dei ricercatori, nel primo giorno della sua malattia, che lo colpì in Babilonia (l’attuale Iraq) mentre stava pianificando la conquista di Cartagine, Alessandro avvertì un forte dolore addominale ed ebbe la febbre, che portarono i dottori a farlo vomitare per poi optare per bagni freddi cercando di abbassare la temperatura; ma la febbre, la sudorazione e i brividi del conquistatore continuavano, peggiorando con difficoltà respiratorie, spossatezza, ittero e delirio. Dopo 14 giorni, il 13 giugno del 323 a.C., Alessandro Magno morì di grave sepsi all’età di 32 anni, afferma Gerasimidis. Infine, l’esperto ha sfidato anche la teoria secondo cui Alessandro potrebbe essere stato avvelenato, dicendo che considerata la primitiva natura dei veleni disponibili all’epoca, il re sarebbe morto entro poche ore, piuttosto che vivere e soffrire per 14 giorni.»
La lunga conquista di Alessandro Magno, considerato dai greci un cugino alla lontana, portò alla diffusione della cultura, della lingua e dell’influenza greca su gran parte del Medio Oriente, dell’Impero Persiano, dell’Asia occidentale e dell’Africa nord-orientale. Un regno dove caratterizzò il periodo ellenistico anche in territori a chilometri di distanza, fondando città portatrici del suo nome come: Alessandria d’Egitto, la costruzione di grandi templi e l’aumento del commercio tra Europa e Asia.
La storia: Alessandro III, detto Alessandro Magno, nacque a Pella (Macedonia) il 20 luglio del 356 a.C. dall’unione del re Filippo II di Macedonia e della moglie Olimpiade, principessa di origine epirota; da parte di padre discende da Eracle, mentre dalla parte materna annovera tra i suoi antenati Achille, l’eroe omerico. Una leggenda narra, divulgata anche da Alessandro stesso, che lui sia il figlio di Zeus. All’epoca della nascita di Alessandro, sia la Macedonia che l’Epiro erano ritenuti stati semibarbari, alla periferia settentrionale del mondo greco – i greci li consideravano cugini alla lontana.
Ma l’educazione che Filippo diede al figlio fu di stampo greco e, dopo Leonida e Lisimaco di Acarnania, scelse come suo maestro il filosofo greco Aristotele che lo educa insegnandogli la scienza e l’arte, soprattutto l’Iliade; rimanendo legato a lui sia come amico che come confidente.
Il sogno di un impero universale: Alessandro è una delle maggiori figure della storia, per la grandezza delle sue imprese, il fascino legato alla sua personalità e a fatto di essere morto al culmine della sua gloria poco più che trentenne; è diventato una vera e propria leggenda. Macedone di nascita, dominò la Grecia, culla della civiltà occidentale, e fu un conquistatore e un abile stratega come Annibale, Giulio Cesare e Napoleone Bonaparte. A provvedere alla sua istruzione fisica, politica e militare fu personalmente il padre, che intendeva prepararlo a diventare un sovrano.
Nel 338 a.C. il principe aveva già offerto la sua prima grande prova militare, combattendo valorosamente a capo della cavalleria nella battaglia di Cheronea, nella quale i Macedoni stroncarono le truppe dei Greci. Alessandro, molto legato alla madre Olimpiade, ebbe a soffrire perché il padre l’aveva lasciata per passare a nuove nozze, ma conobbe un momento veramente drammatico quando nel 336 questi venne assassinato. Subito dopo, nel 335, soffocò una ribellione scoppiata in Grecia col sostegno della Persia, distruggendo Tebe e facendone schiava la popolazione.
Formata con i Greci sottomessi la lega di Corinto, Alessandro si propose di iniziare la conquista della Persia, un vecchio progetto del padre (era decisione sua di seguire le sue orme). Sbarcato in Asia, si recò in pellegrinaggio alla tomba di Achille presso Troia. Dopo aver liberato le città greche sottomesse dai Persiani, nella grande battaglia di Isso sconfisse le truppe del re persiano Dario III. Occupate la Siria e la Fenicia, Alessandro si volse contro l’Egitto, anch’esso governato dai Persiani, lo ridusse sotto il suo potere e fondò la città di Alessandria – Siwa, in Egitto, l’oracolo salutò Alessandro come “figlio di Ammone” (titolo tradizionalmente riservato ai faraoni).
La sua marcia alla conquista riprese penetrando la Mesopotamia, sconfiggendo ancora una volta i Persiani. Conquistò gran parte dell’impero Persiano come: Babilonia, Susa e Persepoli.
Il re Dario si diede alla fuga e Alessandro, proclamato re dell’Asia, per sottolineare la sua vittoria ordinò che il palazzo imperiale di Persepoli venisse incendiato e raso al suolo. Alessandro, oltre che al potere, ambiva anche alla gloria: infatti punì un satrapo (un governatore persiano) per aver assassinato re Dario, accattivandosi il favore del popolo. Lo condannò e decretò per Dario un funerale grandioso e solenne. Volendo apparire ai Persiani nelle vesti non soltanto del conquistatore ma anche in quelle del pacificatore, Alessandro sposò Rossane, figlia del sovrano della Battriana; ma questa decisione non fu bene accolta in Macedonia da una parte della classe dominante, la quale avrebbe voluto un matrimonio con una donna della sua stessa razza.
Riprese le sue conquiste nelle regioni presso il Mar Caspio – tra il 329 e il 327 – sottomise la Battriana e la Sogdiana (antiche regioni asiatiche in larga parte corrispondenti agli odierni Afghanistan, Usbechistan, Tagichistan), e da lì penetrò con il suo esercito fin nell’India settentrionale, aprendo orizzonti del tutto nuovi a straordinarie scoperte.
Scopo di Alessandro era allora consolidare il suo impero e instaurare buoni rapporti tra Macedoni, Greci e Persiani, anche se la sua sete espansionistica non fu soddisfatta a causa del troppo consumo di risorse umane e quant’altro. Pensò che un nuovo matrimonio potesse servire a questo scopo e costituire un esempio, pur essendo già sposato a Rossane si unì in matrimonio con la figlia di Dario, Statira, e fece anche sposare 80 ufficiali macedoni a giovani persiane. L’impero era però tutt’altro che consolidato, e il re macedone dovette reprimere pericolose rivolte. Una minaccia ancora più grave al suo potere venne dalle stesse sue truppe macedoni, scontente del tenore di vita abbracciato dal loro re: professando culti asiatici e sposando donne non elleniche. Poi Alessandro si ammalò e, dopo sette giorni, giunse la morte.
Ciò che Alessandro Magno lasciò in eredità fu una divulgazione di un mondo greco (cultura e religione), col suo grande impero macedone-greco-persiano aveva fatto perdere di credibilità la grandezza della Grecia stessa, seppur ne aveva divulgato la cultura. Ma la difficoltà di controllare un impero così grande lo piegò, soprattutto per l’enorme differenza culturale dei grandi popoli che vi erano al suo interno.
Dopo la sua morte l’impero fu sparso, i successori (diadochi) si divisero il territorio, il quale trovò il suo assestamento con la creazione di tre regni principali: la Macedonia, l’Egitto e l’Asia. La successiva frammentazione dell’impero asiatico portò alla nascita di alcuni regni più piccoli, fra cui quello di Pergamo. A questo assestamento pose fine la conquista romana tra il II e il I secolo a.C. Si può dire che la battaglia di Azio nel 31 a.C., che segnò la fine dell’indipendenza dell’Egitto, chiuse l’età ellenistica che aveva tratto le sue forze motrici dall’opera di Alessandro e le sue discendenze (esempio: Cleopatra VII).
L’eredità rimasta di Alessandro magno: Alessandria d’Egitto, Alessandria d’Aracosia (l’odierna Qandahār, in Afghanistan) e Alessandria sull’Isso (l’odierna Alessandretta, in Turchia).
Dalla storia al mito: l’ immenso impero edificato da Alessandro, partendo dalla Macedonia e dalla Grecia, giunse ad abbracciare l’Egitto in Africa e a estendersi in Asia fino al fiume Indo. In tal modo egli contribuì a creare nuovi legami tra i popoli soggetti e a intensificare i contatti tra culture e civiltà diverse, estendendo enormemente l’influenza della civiltà greca. Il giovane eroe, cui vennero conferiti attributi divini, dopo la sua morte diventò oggetto non soltanto di opere storiche, letterarie, musicali, pittoriche, scultoree, che ne hanno analizzato ed esaltato la figura a partire dall’antichità fino alla nostra epoca, ma anche di leggende scritte e orali fiorite specialmente nei paesi asiatici. Molte raffigurazioni lo rappresentano al galoppo sul suo destriero Bucefalo, alcune leggende narrano che fosse di una razza molto antica e, a oggi, rinomata: Akhal-Teke (una razza equina tipica del Turkmenistan, di cui è simbolo nazionale; è una delle più antiche razze equine del mondo che discende direttamente dal cavallo turcomanno ed è stata creata dalle tribù Tekè, le quali vivevano nelle oasi del Turkmenistan).

Io sono la Palestina, io sono Israele.

I progetti dell’Egitto: crescita economica e militare, ma perché?
Iran e Iraq sono Stati dotati di grandissime potenzialità, soprattutto per le ricche risorse petrolifere di cui dispongono. Siamo nel 1952 e, in questa fase, non hanno ancora un peso politico di rilievo; il paese leader dell’aria islamica è l’Egitto, governato da una dittatura militare di impostazione vagamente socialista, al capo della quale è Gamal Abdel Nasser.
La storia dell’Egitto nasseriano si intreccia da subito con quella del vicino Stato di Israele, anche perché Nasser non fece mai mistero del suo desiderio di porre l’Egitto alla guida di un grande movimento dei paesi arabi per abbattere Israele e allontanare ogni presenza occidentale dall’area.
Tutto incominciò da un progetto: la diga di Assuan, un’importante opera sull’alto corso del Nilo per regolare il deflusso delle acque del fiume. Questo portò a una prima e grave crisi dove, Nasser, aprì trattative con gli Stati Uniti e il Regno Unito; ma nel 1955 l’Egitto si accorda con il blocco sovietico per importare una grande partita d’armi, atto che fece allontanare gli USA dall’accordo. Questo stabilì la prossima mossa di Nasser, procedendo con la nazionalizzazione del Canale di Suez (utilizzare i proventi derivanti dalla gestione del canale per la costruzione della diga di Assuan).
Da qui segue un concatenarsi di situazioni come l’intervento del Regno Unito per riprendere il controllo del canale, la Francia volle punire l’Egitto per il sostegno offerto ai movimenti del Maghreb, in particolare Fln algerino; a questi elementi di tensione se ne aggiunse un altro: le pessime relazioni diplomatiche tra Israele ed Egitto.
Nasser chiuse il Canale di Suez e il Golfo di Aqaba alle navi israeliane per tagliare fuori il porto israeliano di Eilat. Questo atto portò a una controazione di Israele – colpendo in primis Gaza – dove Regno Unito, Francia e Israele concorderanno una dura azione contro l’Egitto.
Nel 1956 l’esercito israeliano attacca e sconfigge l’esercito egiziano occupando gran parte del Sinai; l’aviazione anglo-francese diede sostegno all’operazione, mentre reparti di paracadutisti franco-britannici presero possesso del Canale di Suez. Dal punto di vita militare l’operazione fu un gran successo, dal punto di vista diplomatico no: l’URSS reagì in modo molto deciso, minacciando azioni di guerra contro il Regno unito, Francia e Israele. Anche gli Stati Uniti, che temettero che il conflitto potesse degenerare in una nuova guerra mondiale, condannò l’iniziativa, presentando alle Nazioni Unite un’istanza con la quale chiesero il ritiro delle forze armate anglo-franco-israeliane.

Il punto più delicato di tutto lo scacchiere mediorientale era costituito dalla Palestina, dove nel 1948 esiste il forte Stato di Israele. La nascita di questo stato venne vista dal mondo arabo come un atto di pura protervia dell’Occidente, per questo si stabilì qualcosa di simile a un suo «avamposto» dentro il mondo arabo. Il risentimento contro Israele fu acuito anche dalla presenza di vaste colonie di profughi palestinesi disseminate tra Giordania, Gaza e Libano. Si andò a creare una guerriglia palestinese sostenuta dall’Egitto, dove seguì la nascita dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP): una federazione di diversi gruppi politici dove al suo interno cresce il prestigio di Yasser Arafat.
Nel 1967 crescenti disaccordi diplomatici tra Israele e Siria faranno davvero precipitare la situazione, a sostegno della Siria, Nasse cominciò a mobilitare le truppe egiziane nella zona nel Sinai, annunciando nuovamente la sua intenzione di chiudere il Golfo di Aqaba alle navi israeliane. Israele reagisce: l’operazione scattò il 5 giugno, attaccando di sorpresa Egitto, Giordania e Siria nella Guerra dei Sei Giorni; il lasso di tempo in cui gli israeliani impiegarono per impadronirsi del Golan, del Sinai, della striscia di Gazza e della Cisgiordania.
Nel 1970 morì Nasser, la guida dell’Egitto verrà assunta da Anwar Sadat. Lo stato di tensione e il triste destino della popolazione palestinese viene ricordato al mondo in maniera tragica nel 1972, quando un commando di un gruppo terroristico palestinese sequestra e uccide undici atleti israeliani che parteciparono alle Olimpiadi in corso a Monaco di Baviera.
Nel 1973, mentre in Israele si celebrava la festività religiosa ebraica di Yom Kippur, l’esercito egiziano e quello siriano attaccarono congiuntamente, l’uno nel Sinai e l’altro nel Golan. anche se l’esercito israeliano fu preso di sorpresa riuscì comunque a contrattaccare e a bloccare l’avanzata degli eserciti nemici. la conclusione di questa guerra avvenne dopo poche settimane, Israele mantenne il controllo del Golan e la striscia di Gaza, accettando di iniziare una graduale restituzione del Sinai all’Egitto.

Questo è quanto riguarda la parte storica di ciò che accadde, la parte pratica, riportata da coloro che l’hanno vissuta in prima persona… be’, credo che sia un tantino più dettagliata.
Una testimonianza:
«Quando, durante la guerra dei 6 giorni, le truppe israeliane entrarono a Gerusalemme est – l’allora ministro della Difesa, Moshe Dayan, fu il primo a entrare e vietare l’accesso delle truppe alla spianata delle moschee – trattò con le autorità musulmane e fece approvare una legge tutt’ora in vigore che vietava l’accesso alla spianata agli ebrei. Purtroppo un ictus gli impedì di continuare… perché sono sempre stato convinto che il passo successivo sarebbe stato abbandonare anche la West Bank.
Fino al 1967 la Striscia era sotto il controllo egiziano mentre la West Bank era controllata dalla Giordania, come mai non è nato allora uno stato palestinese che non avrebbe avuto alcun bisogno di negoziati con Israele?
Per il semplice fatto che non è mai esistito un popolo palestinese, invenzione degli arabi e di Arafat quando dopo la guerra dello Yom Kippur (1973) si resero conto che non avrebbero mai sconfitto Israele con una guerra. S’inventarono un popolo palestinese che poteva vantare diritti sulle città israeliana, cosa che, ad esempio, non poteva farlo nato in Egitto. Figurati che quando gli ebrei, in fuga dai pogrom nei Paesi europei, soprattutto quelli dell’est, arrivarono in Palestina andandosi a congiungere con gli ebrei che dalla Palestina non si erano mai mossi, era la elite ebraica europea che definiva questi ebrei, in modo dispregiativo: palestinesi.
Studio la storia del Medio Oriente da quando avevo, ahimè, tredici anni, ne sono passati un bel po’ da allora… e otto anni in Israele mi hanno permesso di parlare con la gente, in Israele, nella Striscia e in Giordania. Ho visitato più volte la Striscia e ancora mi chiedo il perché della presenza di sette campi profughi. Una volta davano la colpa a Israele, da quindici anni non ci sono più insediamenti ebraici ma i campi profughi sono sempre lì.
Conosco troppo bene la storia per affermare che la colpa sia solo da una parte, come al solito quest’ultima è divisa equamente non solo tra i contendenti ma soprattutto ricade sui Paesi arabi, Arabia Saudita in primis.
Non nego che anche io sono per i palestinesi, il popolo palestinese, ma devo purtroppo riconoscere che sono stati usati come carne da macello dai loro governanti…
Vedi, quando ci fu l’operazione Cast Lead a Gaza io ero in Israele. Vivevo a Holon che è praticamente attaccata a Tel Aviv, erano mesi che dalla Striscia partivano razzi contro Sderot e altre città israeliane.
Dopo numerosi avvertimenti partì l’operazione.
Ti assicuro che le regole d’ingaggio israeliane sono davvero particolari: prima di bombardare gli obiettivi in zone con civili cominciano il giorno prima con SMS alla popolazione dell’area e volantini lanciati dagli aerei; questi ultimi sono scritti in arabo, danno l’orario in cui verrà bombardato un determinato obiettivo, avvertendo di evacuare l’area. Per quanto possa sembrare strano non è controproducente perché gli israeliani sanno perfettamente dove sono gli obiettivi militari, hanno un’ottima intelligence di cui il Mossad è solo la punta dell’iceberg. Hanno militari drusi che sono bravissimi a infiltrarsi, e furono proprio loro, durante la prima Guerra del Golfo, a tracciare con i laser molti degli obiettivi iracheni agli aerei della coalizione.
Fino a quando in Israele i partitini religiosi – espressione della parte più becera dell’ebraismo – gli Haredim, saranno al governo sarà difficile trovare la soluzione.
Ma la sinistra, rappresentata oggi da Gantz, ex Capo di Stato Maggiore, è ancora troppo debole, sebbene alle ultime elezioni sia riuscita a pareggiare con il Likud di Nethanyau.»

La Guerra del Peloponneso

Mentre prima facevamo riferimento a Erodoto, ora, nel proseguimento del percorso Greco, seguiremo le testimonianze di Tucidide. La grandezza di Tucidide, lo storico della guerra del Peloponneso, è tale da condizionare profondamente ogni ricostruzione.
Come è ben noto le storie di Erodoto si interrompono un po’ bruscamente con la presa ateniese di Sesto, l’anno successivo delle battaglie esclusive delle guerre persiane. Tucidide, una generazione dopo il suo grande predecessore, decise di rinunciare a quello che era forse il primitivo progetto di riallacciarsi a Erodoto e di conseguenza sacrificò la narrazione del periodo racchiuso tra le due grandi guerre della grecità, considerato di minore rilievo.
In effetti le fonti a nostra disposizione, oltre a Tucidide, sono poca cosa.
La battaglia di Micene, nell’estate del 479, costituisce l’ultimo atto delle guerre persiane. In realtà, la guerra non era terminata: i Persiani costituivano ancora una minaccia e la fragile alleanza di stati greci che aveva conseguito la vittoria, sotto la guida spartana, si trovava a fronteggiare problemi enormi per i quali non disponeva di precedenti né di istituzioni formali che aiutassero nelle scelte. Al di là degli aspetti terminologici, il punto da sottolineare è che i Greci non vivevano quegli anni con lo stesso senso di sicurezza e tranquillità con il quale i vincitori affrontano, di solito, i primi anni dopo un duro conflitto.
La pace di Callia mise Atene in una posizione di forza per negoziare con i Persiani un’interruzione delle ostilità, che in qualche modo duravano da cinquant’anni. Dalla parte Persiana l’interruzione delle ostilità non poteva che essere vista come un punto a loro favore, in una zona comunque marginale nel loro regno e che da tempo non aveva garantito un gran successo. La cosiddetta pace di Callia (dal nome del negoziante ateniese), con la quale nel 449 si giunse a un accordo tra Atene e Persia, pose fine alla guerra che era scoppiata con la vittoria ionica, aprendo la famosa età di Pericle.
L’Atene periclea dette una dimostrazione della durezza del suo imperialismo, con la famosa pressione della rivolta di Samo; una delle più importati isole dell’Egeo, era tra i pochi membri della Lega di Delo che avesse sempre continuato a fornire navi. Ma la sua fedeltà all’alleanza con Atene non le aveva impedito di mantenere un governo oligarchico; ma questo non andò molto a genio all’Atene democratica di Pericle e, quando scoppiò un contenzioso tra Samo e Mileto a proposito del controllo sulla pólis di Priene, Atene appoggiò la democratica Mileto. Scoppiarono dei malcontenti nella fazione oligarchica, seguito poi da un colpo di stato e l’intervento militare di Atene non si fece attendere: una flotta guidata dallo stesso Pericle giunse sull’isola, a Samo fu imposto il definitivo smantellamento della flotta.
Una delle cause principali del conflitto (la guerra del Peloponneso) fu la volontà degli ateniesi, guidati da Pericle, di affermare la propria egemonia sui greci. Il casus belli fu l’intervento di Atene nelle vicende interne di Corcira (Corfù) e della città di Potidea e, soprattutto, il blocco ateniese del commercio di Megara, pesante danneggiamento contro una città della lega peloponnesiaca. Ciò fu ritenuto inaccettabile da Sparta che accusò Atene di aver violato la pace stipulata nel 446 e mosse guerra.
La guerra del Peloponneso, inizialmente combattuta fra Atene e Sparta, finì per coinvolgere tutte le póleis greche, raggiungendo perfino le colonie occidentali. Lo storico Tucidide, che la raccontò nella sua opera La guerra del Peloponneso, la definisce «il più grande sconvolgimento che abbia interessato i greci e una parte dei barbari e che si sia esteso, per così dire, alla maggior parte dell’umanità». Fu un fenomeno unitario, anche se gli antichi la suddivisero in tre fasi principali: la guerra archidamica, la fase intermedia e la guerra deceleica; cioè fino alla sconfitta di Atene.
La guerra del Peloponneso scoppiò quando alcune póleis, alleate di Sparta e minacciate dall’espansionismo ateniese, in particolare Corinto, Tebe, Megara, riuscirono a convincere Sparta a rompere la pace trentennale, dando inizio alle ostilità.
La prima fase della guerra del Peloponneso chiamata “guerra archidamica” deve il suo nome ad Archidamo, il re di Sparta che nel 431 a.C. invase l’Attica.
Dal punto di vista militare, il rapporto di forze tra i due blocchi in lotta – la Lega di Delo con Atene, la Lega peloponnesiaca con Sparta – era piuttosto chiaro: i peloponnesiaci erano superiori nelle forze di terra, gli ateniesi nelle forse di mare. Fu per questo motivo che Pericle decise di non attaccare ma di rinchiudersi all’interno delle mura di Atene; le Lunghe mura, la cui costruzione era stata avviata da Temistocle e completata da Pericle stesso, univano Atene al Pireo consentendole di ricevere rifornimenti. Ma l’ammassarsi dentro alle mura, la scarsa alimentazione indebolirono la popolazione dando il via al contagio di una terribile pestilenza (si pensa al tifo), passata alla storia come la peste di Atene.
Con la scomparsa di Pericle, in Atene si rinnovarono le tensioni tra i democratici, favorevoli al proseguimento della guerra, e gli aristocratici che avrebbero voluto la pace con Sparta. La guerra continuò per altri dieci anni, fino a quando nel 421 a.C. si giunse alla pace di Nicia (dal nome dell’aristocratico che la firmò). L’accordo stipulato tra gli ateniesi, gli spartani e i rispettivi alleati, stabilì di porre fine a tutte le ostilità, di restituire i prigionieri e di regolare le controversie future in modo pacifico. Fu stretta un’ulteriore alleanza fra Atene e Sparta, quest’ultima le obbligava a sostenersi vicendevolmente in caso di aggressioni esterne e rivolte.
Mentre la prima fase fu combattuta tra il Peloponneso e l’attica, la seconda fase, quella intermedia, vede come protagonista la Sicilia. La pace di Nicia non durò molto, soprattutto perché Sparta rimase insoddisfatta e premeva per una ripresa elle ostilità; ma dall’altro lato c’era Atene divisa su chi volesse riprendere le ostilità contro chi voleva mantenere la pace.
La lotta fu per chi doveva avere l’egemonia globale sul “mondo” greco.
Come stratega ci fu Alcibiade, nipote di Pericle, che ebbe dei piani per aiutare Segesta, una città allora in guerra contro Siracusa, alleata di Sparta.
Nei piani di Alcibiade una spedizione vittoriosa in Sicilia, oltre a dare un duro colpo a Sparta, avrebbe permesso di estendere l’egemonia ateniese fin nel Mediterraneo occidentale. Ma la guerra in Sicilia fu catastrofica. Crollato il “mito” della potenza ateniese, fra le città alleate si moltiplicarono le defezioni e le rivolte, questo diede modo a Sparta, considerata un’occasione di attaccare, di darle il colpo di grazia in mare, sull’Egeo.
Ma… come poteva Sparta, potenza di terra, tener testa ad Atene potenza di mare con la sua flotta?
Sparta chiese aiuto alla flotta Persiana, in cambio diede a loro la libertà sulle póleis dell’Asia Minore.
La terza e conclusiva fase della guerra del Peloponneso si chiama deceleica, dal nome di Decelea, una città vicina ad Atene, occupata dagli spartani.
La profonda crisi di Atene portò addirittura alla temporanea caduta della democrazia, gli esponenti più conservatori del partito aristocratico, convinti che proprio gli eccessi della democrazia fossero stati la causa della crisi ateniese, convinsero infatti l’assemblea ad avallare una sorta di colpo di stato. Nel 410 a.C., però, una ribellione dei marinai, fra i quali erano molto numerosi i teti, provocò una caduta del governo e un ritorno alla democrazia.
La guerra riprese, ma ci furono importanti vittorie ateniesi contro gli spartani; nel 405 a.C., però, il comandante spartano Lisandro distrusse la flotta ateniese a Egospotami, nell’Ellesponto; e, mentre gli spartani assediavano Atene, i suoi alleati l’abbandonarono. L’anno seguente, nell’aprile 404, lo stesso Lisandro occupava un’Atene affamata.
Finiva così la guerra del Peloponneso.
Sparta non volle distruggere completamente la città, come chiedevano Tebe e Corinto, ma impose ad Atene condizioni di pace durissime: distruzione delle Lunghe mura, consegna di molte navi, abbattimento della democrazia e l’instaurazione di un regime oligarchico.
I democratici furono colpiti con condanne a morte, confische, esilio: la cittadinanza fu limitata a tremila persone.
Il periodo dei Trenta tiranni piegò Atene a Sparta, ma, nel 403 a.C., i democratici che si erano rifugiati fuori città per sottrarsi alle persecuzioni, guidati da Trasibulo, rientrarono in città, sconfissero i Trenta tiranni e ristabilirono una democrazia moderata.
Con la caduta dei Trenta tiranni seguì però un clima da “resa dei conti”, questo clima portò all’assassinio di Socrate – Socrate venne condannato perché “scomodo” per il potere. In apparenza non faceva nulla di pericoloso: si limitava a dialogare con chiunque lo volesse, dai più grandi sofistiai semplici cittadini, soprattutto giovani, che lo seguivano con grande entusiasmo. La sua vera professione, egli diceva, era la maieutica, vale a dire la tecnica di far nascere i bambini, il mestiere delle levatrici: come queste ultime facevano partorire i corpi, così egli faceva partorire le menti, rivelando verità semplici e ignote. Ma, ciò che portò alla condanna a morte di Socrate per mano della cicuta, fu che venne dichiarato pericoloso per la democrazia.
Atene non tornò più all’antica potenza, ma riacquistò comunque una certa prosperità commerciale e la capacità di giocare un ruolo politico importante. E non perse, neppure nei momenti più bui, il suo primato artistico e culturale. In questi anni infatti furono attivi in città filosofi come Platone, discepolo di Socrate, commediografi come Aristofane, oratori come Isocrate.

Le due Guerre Persiane

La Prima Guerra Persiana.
È possibile definire questo scontro come una lotta tra la libertà della Grecia e il dispotismo persiano. Iniziò con il re Dario (Persia) che nel 490 organizzò una spedizione punitiva nei confronti di Atene. Quest’ultima con la democrazia affermata nella pólis, lo sviluppo nel campo del commercio e la fioritura soprattutto verso le città situate nella costa ionica sarà la causa del conflitto contro l’impero persiano. In poche parole questo benessere economico attirò il già ampio impero Persiano che già comprendeva la Ionia, l’Egitto, la Mesopotamia la Siria fino a estendersi ai confini della Lidia.
È chiaro come il dispotismo persiano si scontri con la democrazia Greca, per questi ultimi essere sconfitti avrebbe significato essere sottomessi e perdere il proprio ordinamento politico: la democrazia.
C’è da specificare, però, che le terre sotto il dominio persiano oltre a dover pagare il tributo ai loro dominatori, conservavano le proprie leggi e usanze, in poche parole gli era permesso conservare una certa autonomia.
Ma nel 499 sotto la guida del tiranno Aristagora di Mileto, vi fu una rivolta (la famosa rivolta ionica) contro il dominio persiano a quei tempi governato dal re Dario. Solo Atene ed Eretria inviarono delle flotte in aiuto a Mileto e gli scontri durarono alcuni anni ma, alla fine, i persiani ebbero la meglio e nel 494 la città fu distrutta. Il re persiano Dario, successore di Ciro, tramite l’invio di ambasciatori alle città greche, tentò di esigere un loro atto di sottomissione reclamando “la terra e l’acqua”. Le città che rifiutarono tale richiesta furono Atene e Sparta, tale atto spinse il re Dario ad attuare una spedizione che diede il via alla prima guerra persiana.
La prima guerra persiana si svolse a Maratona, dove nel 490 i persiani partirono con una spedizione per la conquista di Atene: il loro scopo era di assediare Atene, terrorizzare gli ateniesi e, infine, sottometterli.
La spedizione persiana fu accompagnata da Ippia figlio di Pisistrato, il quale si era rifugiato alla corte del re di Persia; invece la flotta persiana, comandata dal generale Dati e dal satrapo Artaferne, conquistò Eretria dove deportò la popolazione dall’Asia e lì si diresse verso l’Attica stabilendo l’accampamento dalla parte nord di Atene, nella pianura di Maratona. I Persiani erano molto più numerosi contro i diecimila opliti comandati da Milziade; sembrava una vittoria scontata, ma in guerra la tattica si rivela molto più importante del numero degli uomini. I Persiani combatterono in ordine sparso, facevano affidamento soprattutto sui loro temibili arcieri. I Greci erano molti di meno, ma combattevano usando il famoso schieramento oplitico – la falange oplita: La falange oplitica era la formazione di fanterie pesante più forte di tutta l’antichità, almeno fino all’arrivo della legione romana. I greci erano in perenne stato di guerra fra loro, guerre stagionali ovviamente, che iniziavano in primavera e finivano in autunno o in tarda estate. Si combatteva per i pascoli, per le rotte commerciali e per le poche pianure coltivabili presenti nella frastagliata penisola greca. In questo ambiente roccioso e poco praticabile, i greci svilupparono uno stile di combattimento unico basato su un grande scudo tondo (hoplon) e su delle formazioni compatte e fitte di soldati. Le falangi oplitiche erano delle solide schiere di guerrieri che marciavano all’unisono armati di scudo, lancia e una corta spada, accompagnati da suonatori di flauti e trombe –, cui forza d’urto scompaginò e disperse le forze persiane.
Erodoto afferma che i persiani rimasti si reimbarcarono sulle loro navi diretti ad Atene. Ma Milziade sapeva che Atene era ancora minacciata dall’armata persiana, così marciò davanti alla città.
Il generale persiano Dati decise di ritirarsi.

La Seconda Guerra Persiana.
Passati dieci anni dalla battaglia di Maratona, tra la prima e la seconda guerra persiana, furono molto importanti per Atene: Temistocle propose la fortificazione del porto del Pireo, il potenziamento della flotta (costituita da trireme, chiamata così perché dotata di tre ordini di remi a scalare, per favorire una rematura più efficace), l’avvio di una vasta politica d’intervento militare nell’Egeo.
Ci fu chi si oppose, ma Temistocle tenne duro e con l’ostracismo (bando che colpiva, nell’antica Atene e nelle città che ne imitavano la costituzione, il cittadino ritenuto pericoloso per la sicurezza dello stato; detto così dal frammento di terracotta sul quale il nome del concittadino inviso veniva scritto da coloro che votavano nell’assemblea popolare: messa al bando di un cittadino) fece cacciare questi ultimi dalla pólis. Nel giro di pochi anni Atene divenne la prima potenza navale della Grecia pronta ad affrontare e a sconfiggere una seconda minaccia persiana.
Ciò che diede importanza a questa guerra fu come i greci, per la prima volta, si riunirono per sconfiggere un nemico comune per un unico diritto: la libertà. Nel 481 a.C. Atene, Sparta, Corinto e altre póleis greche si unirono nella Lega panellenica (una lega dove unisce le póleis greche in funzione anti persiana) per resistere all’invasione persiana, la quale volevano sottomettere la Grecia intera.
Il comando dell’alleanza fu assegnato a Sparta, cui era riconosciuta una indiscussa supremazia nell’arte della guerra, anche se tardò la sua partenza con la scusa delle feste religiosi e dell’attesa dell’oracolo di Delfi. Dei due re solo uno prese mano alla spedizione contro i persiani: Leonida che partì con i suoi famosi trecento uomini alle Termopili e la flotta ateniese presso capo Artemisio.
I persiani attaccarono per tre giorni, ma non riuscirono a piegare l’esercito spartano. Il terzo giorno Efialte, un pastore greco, tradì il suo popolo indicando ai persiani un sentiero attraverso la montagna. Ora, al comando della Persia c’era il re Serse (succeduto al padre Dario I) che grazie alla soffiata riuscì a prendere i greci alle spalle.
Caduto l’esercito spartano, a capo Artemisio, intanto, i greci non riuscirono ad arrestare la flotta spartana presso le coste ateniesi. Temistocle, allora, visto che nulla più si opponeva all’avanzata dei Persiani, fece evacuare Atene e trasferì tutta la popolazione dell’Attica sulle isole di Salamina ed Egina; poi portò la flotta greca nello stretto braccio di mare tra l’Attica e l’isola di Salamina e attese.
L’esercito di Serse invase l’attica portandosi verso il Peloponneso, ma l’esercito spartano li fermò.
La strategia di Temistocle ebbe successo: egli attirò la flotta nemica nello stretto braccio di mare fra Salamina e l’Attica, dove le navi persiane si ritrovarono prive di libertà di manovra, una addosso all’altra. Non riuscendo a manovrare e ostacolandosi le une con le altre, le navi persiane vennero attaccate, speronate e incendiate dalle triremi greche.
“In effetti lo scontro che si svolse nelle acque dell’Egeo è uno di quegli avvenimenti che hanno avuto più effetti nella storia, in quanto ebbe un impatto essenziale nella sopravvivenza della civilizzazione greca e indirettamente quella romana, che avrebbero potuto soccombere se la flotta persiana, comandata da Serse, fosse risultata vincitrice. Le parole di Temistocle, che in nome della libertà e del concetto, allora così nuovo di democrazia, vuole unire tutti i greci contro i persiani, suonano ancora oggi da monito ed esempio: «E ora diamo fondo alle nostre risorse e allontaniamo queste navi dal grembo della Grecia… Oggi è un privilegio poter essere qui… Questa storia verrà raccontata per migliaia di anni, che la nostra resistenza venga consegnata alla Storia, e che tutti vedano… che noi Greci abbiamo scelto di morire in piedi pur di non vivere in ginocchio!»
La battaglia, che vide da una parte circa mille navi persiane e dei loro alleati, contro trecentosettanta della coalizione greca, fu vinta grazie alla conoscenza del terreno, a una maggiore mobilità della flotta comandata da Temistocle ed ebbe luogo nel tratto di mare che separa l’isola di Salamina dalle coste dell’Attica. Anche questa volta i greci utilizzarono la stessa tattica adottata alle Termopili e a capo Artemisio, che consisteva nel cercare di annullare la superiorità numerica del nemico affrontandolo in uno spazio ridotto che non gli permettesse di dispiegare tutta la sua forza.
Le navi utilizzate erano triremi, lunghe 35/40 metri, larghe soltanto 6-7 mt e con un pescaggio ridottissimo, dotate appunto di tre ordini di rematori, capaci di spingerle a forte velocità (6-7 nodi circa, fino a 10 nel momento dell’attacco), la prora era rinforzata da un rostro in legno ricoperto di bronzo che serviva a speronare e ad affondare le navi avversarie. In questo modo poteva essere utilizzata come un siluro che, colpendo il nemico con il rostro sotto la linea di galleggiamento, ne provocava l’affondamento.
Solo quando i vascelli erano ormai a distanza talmente ravvicinata da impedire qualsiasi manovra diversiva, si procedeva all’abbordaggio dell’imbarcazione nemica. A Salamina successe proprio questo e in breve l’angusto campo di battaglia fu talmente ingombro di triremi che i marinai di Serse non poterono mettere in atto le loro manovre e far pesare la superiorità numerica, così la maggior parte delle loro navi fu speronata e affondata oppure abbordata dalla fanteria pesante greca.
Lo scontro volse presto in favore dei greci che lamentarono la perdita di sole quarantadue unità contro le circa duecento dei persiani, con un braccio di mare in breve tempo invaso dai rottami e i soldati di Serse che cercavano scampo aggrappandovisi vennero in gran parte trucidati dagli ateniesi, ansiosi di vendicare la distruzione della loro città; da evidenziare che i soldati persiani erano armati, e pertanto destinati ad annegare sotto il peso delle armature”.
Tealdo Tealdi (giornalista e ricercatore).
In greci interpretano le guerre persiane come un conflitto di civiltà, tra libertà e schiavitù. Le città greche avevano difeso la loro libertà; di lì a pochi giorni, la flotta greca ottenne una brillante vittoria sulla flotta persiana.

Sparta e Atene

La civiltà micenea apparve incentrata intorno ai palazzi: il luogo di potere politico, economico e religioso soverchiante, che dominava e organizzava la società e il territorio. Prima della fine del millennio il sistema venne meno.
La ripresa fu un processo lungo, che occupò i primi tre secoli del primo millennio. Questo processo si svolse in assenza di un dominio esercitato dall’alto della scala sociale. In particolare, anche le cosiddette monarchie precedenti alle póleis, erano forme di organizzazioni deboli e instabili. In queste condizioni si svilupparono le póleis, incentrandosi su dinamiche di autorganizzazione politica.
Gli Elleni, descritti da Erodoto, indicano differenti éthne, ma le principali sono: i Dori, gli Achei, gli Eoli e gli Ioni. I Dori risiedevano nel Peloponneso, gli Achei alla omonima regione denominata Acaia e parte dell’Arcadia, gli Eoli si erano stabiliti prima nelle isole di Lesbo e Tenedo, e poi sulle coste anatoliche in Eolide e, infine, gli Ioni migrarono dall’Attica e dal Peloponneso orientale verso le coste dell’Asia minore.
Sempre da Erodoto abbiamo la creazione del mito Spartano: i due popoli che si distinguevano tra i greci furono gli spartani (Peloponneso) e gli ateniesi (Attica).
Sparta era una città che in un remoto e non definito passato aveva le leggi peggiori fra tutti i Greci, ma grazie al legislatore Licurgo acquisì un buon ordinamento. In precedenza tutta la costa orientale del Peloponneso e l’area interna era appartenuta agli Argivi, ma quando Sparta ne ebbe il controllo Argo ebbe una reazione: i due contendenti si accordarono di risolvere la questione attraverso uno scontro, la cosiddetta «battaglia dei campioni». Nella battaglia campale che seguì gli spartani ne uscirono vincitori, quindi agli spartani fu concesso di farsi crescere i capelli solo al raggiungimento dell’età adulta, laddove fino a quel momento erano tenuti a portarli rasati (fu per questo che i ragazzi spartani portavano la testa rasata, chiara espressione simbolica di sottomissione); fu un’affermazione della superiorità spartana , i cui capelli facevano apparire più grandi, nobili e fieri. Gli Argivi, sconfitti, furono costretti a tagliarli.
L’egemonia del Peloponneso spettava a Sparta.
Stando a quando asserisce Erodoto, che indicò sette differenti éthne nel Peloponneso, distinti in due gruppi: quelli autoctoni e quelli dell’esterno (i Dori), nella tradizione le origini di Sparta sono nettamente connesse a questi ultimi.
Va fatto notare che a Sparta si hanno due re, e questo la definisce una diarchia con un ordinamento però prettamente oligarchico. Vi sono infatti due re (discendenti di Eracle e con carica ereditaria) e una serie di organi politici: l’Apella, la Gerousia e gli Efori.
L’Apella è l’assemblea degli spartani, a cui gli uomini possono partecipare dai trent’anni e che elegge la Gerousia, Quest’ultima è una specie di consiglio degli anziani composta da ventotto geronti di oltre sessant’anni con carica a vita; naturalmente di tutto questo facevano parte i due re.

Per quanto riguarda Atene, è Tucidide ci narra la sua nascita dall’unione di numerosi villaggi grazie a Teseo. Inoltre questo gruppo veniva affiancato nell’amministrazione e nell’elaborazione delle leggi da un consiglio detto Aeropago, composto da arconti. Il principale problema di questa forma di governo era però la disuguaglianza sociale e l’assenza di leggi scritte; il sistema si basava infatti su consuetudini secondo le quali gli aristocratici avevano sempre ragione.
Fu così che vennero istituite delle leggi scritte attribuite a Dracone, il primo legislatore. Queste leggi erano estremamente rigorose nelle condanne, ma altrettanto clementi per quanto riguardava i crimini commessi dagli aristocratici.
Il secondo legislatore, Solone, abolì la schiavitù per debiti, fece restituire le terre ai contadini e diede la libertà agli schiavi. Istituì inoltre una timocrazia, ovvero un tipo di governo in cui diritti e doveri del cittadino sono stabiliti secondo classi censitarie, cioè in base alle ricchezze possedute.
L’intento di Solone, ovvero limitare il potere degli aristocratici consentendo l’ingresso nella vita pubblica anche ad altre classi sociale, funzionò solo in parte. Infatti solo i pentacosiomedimni, ovvero i proprietari di grandi quantità di immobili, potevano ambire ad alte cariche politiche.
A Solone venne annoverata la nascita della democrazia ateniese (i tre ai quali viene associate sono Solone, Clístene e Efialte). È il primo modello di forma di governo democratica della storia occidentale, ed è senza dubbio uno degli esempi storici di modello politico a cui tutta la politica successiva, tanto democratica quanto non democratica, ha dovuto considerare. Nonostante si possano oscurare dei dubbi sulla natura e sostanza di tale modello – che lasciava esclusi gli schiavi e le donne –, rimane il fatto che la democrazia ateniese è ancora oggi un esempio di governo, buono o cattivo, ma pur sempre storicamente funzionante.
Questo sistema, però, diede adito al malcontento comune: fu così che si ricorse alla tirannide (la famosa tirannide di Pisistrato). Sotto Pisistrato Atene mantenne intatti i propri ordinamenti e le proprie leggi, ma fu solo apparenza: Atene era governata da un unico uomo, che interveniva direttamente nella nomina degli arconti e attribuiva le principali magistrature a uomini di fiducia. Tutto questo voleva dire che la pólis, intesa come comunità di cittadini che si autogovernavano, non esisteva più.
Costui non eliminò i problemi ma tenne a bada la popolazione.
Per farlo assicurò alla città un periodo di crescita economica e prosperità, inoltre fu abbellita l’acropoli e fu data alla religione una maggiore importanza.
Pisistrato morì nel 528 a.C. Gli successero i figli Ippia e Ipparco, che cercarono di proseguire la politica paterna. Ipparco fu ucciso nel 514 a.C. in una congiura di nobili. Ippia diede allora al regime un carattere dispotico e autoritario che provocò solo sofferenza; fu espulso da Atene nel 510 a.C. per opera soprattutto di aristocratici che intendevano riacquistare il potere.

La Magna Grecia, gli Etruschi e i popoli della penisola italica

Sicilia e Italia meridionale rappresentano soltanto una parte dell’aria di diffusione di comunità elleniche nell’Occidente mediterraneo. Esse tuttavia sono caratterizzate, rispetto a questa più vasta proiezione ellenica, alla frequenza e intensità del fenomeno dell’insediamento “coloniale” che ha impedito che si innescassero, per le comunità qui stabilizzatesi, sentimenti di dispersione in partibus infidelium. Anzi, al contrario, una consapevolezza di contiguità che trovava riscontro, pur con la ineludibile coscienza della presenza di genti diverse e “barbare”, sembra aver consentito la reduplicazione di situazioni e contesti caratteristici delle regioni elleniche di provenienza.
Gli studi sulla Magna Grecia e sulla Sicilia ellenica, prendono forma intorno alla colonizzazione greca concepita come «evento cruciale della storia occidentale».
La magna Grecia è un complesso di colonie fondate nell’Italia meridionale e della Sicilia orientale tra l’VIII e il VI secolo a. C. Quelle che ebbero maggiore importanza furono Cuma, Reggio, Napoli, Siracusa, Agrigento, Sibari, Crotone, Metaponto e Taranto.
Per gran parte della storia greca esistono tanti “modelli greci” quante sono le póleis e le loro situazioni socio-politiche particolari, il che rimanda a referenti primari d’identità molto più articolata, mentre è arduo definire in età arcaica una “Grecia” che rapporti a concetti politici e geografico-territoriale unitari effettivamente operativi. In generale alle colonie venivano richiesti quei prodotti che il territorio della città-madre non poteva produrre su larga scala: come il grano in particolare (visto che la Grecia non è provvista di grandi pianure). Alla madrepatria invece giungevano dalle colonie continue richieste di prodotti agricoli quali: il vino e l’olio (ricordiamoci che abbiamo la vite e l’ulivo grazie ai greci), e di prodotti artigianali come i famosi vasi in ceramica e oggetti di metallo. La “colonizzazione” esportò in tutto il Mediterraneo il modello di cittadinanza elaborato dalla pólis, produsse un ampliamento delle conoscenze geografiche, diffuse la lingua greca presso popolazioni non greche, favorì ovunque una grande crescita culturale in campo letterario, artistico e filosofico.
All’inizio dell’VIII a.C. secolo si diffuse l’alfabeto greco. Questo alfabeto derivava dall’alfabeto fenicio: con l’importante innovazione che, mentre i Fenici scrivevano solo le consonanti, i Greci introdussero anche le vocali. A finanziare la spedizione verso il luogo prescelto era la stessa pólis che metteva a disposizione le navi e tutti i mezzi necessari. A guidarla era l’ecista, solitamente un aristocratico. Prima però l’ecista doveva chiedere all’oracolo di Delfi l’approvazione all’impresa. Ottenutala, l’ecista raccoglieva circa duecento maschi, stipati in due-tre navi, prendeva il fuoco sacro della città di origine e partiva.
Mentre si tratta l’argomento della Magna Grecia non si pole perdere di vista un popolo della penisola a forma di stivale: gli Etruschi e altri popoli italici.
La compositiva realtà dell’Italia è frutto di una stratificazione storica millenaria, le cui aggrovigliate radici affondano nel fertile humus del primo millennio a.C. Si formò nella penisola italica un mosaico di genti con culture e lingue differenti. Tali processi non sono stati oggetto di indagini esaustive per vari motivi. Innanzitutto per le genti dell’Italia antica non si dispone di una tradizione storiografica propria, ma le nozioni della tradizione letteraria sono fornite per lo più da scrittori greci e latini. Un ruolo determinate in tutta questa storia tra i popoli della penisola italica venne svolto anche dalle relazioni con gli Etruschi, di gran lunga il popolo più dinamico dell’Italia del primo millennio a.C. Questi ultimi a propria volta intrapresero colonizzazioni nel meridione e nel settentrione della penisola.
Nei territori con minore grado si sviluppo, localizzati per lo più negli aspri entroterra appenninici, emersero quei gruppi che, ancora oggi, vengono definiti italici per eccellenza, come i Sabini (Piceni e Sanniti).
Andiamo avanti: con un espediente caratteristico della politica propagandistica intrapresa in epoca augustea, le denominazioni delle 11 regiones coniate in quella occasione utilizzavano infatti i nomi etnici e geografici tradizionali delle genti italiche. Questa tradizione è stata perpetuata anche nella toponomastica attuale: le forme onomastiche di molte regioni centro-meridionali e delle isole – Umbria, Lazio, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna – della Liguria e del Veneto nell’Italia settentrionale ripetono etnonimi – Umbri, Latini, Campani, Sardi, Liguri, Veneti – e coronimi – Apulia, Calabria, Sicilia – derivati dai primitivi abitanti delle rispettive regioni nel primo millennio a.C.
Secondo lo storico Antioco di Siracusa, vissuto nella seconda metà del V secolo a.C., Italo, re degli Enotri, avrebbe creato l’Italia nel territorio tra la punta dello stivale e la strozzatura compresa tra i golfi di Lamezia sul Tirreno e di Squillace sullo Ionio; l’avrebbe stesa fino ai golfi di Salerno sul Tirreno e di Taranto sullo Ionio.

Piemonte e Valle d’Aosta: la zona taurino-salassa prende il nome dai Salassi intorno a Augusta Praetoria (Aosta) e ai Taurini intorno a Augusta Taurinorum (Torino) e in un secondo momento a Biella. I territori corrispondenti alle province di Vercelli, Novara e Verbania fanno invece parte della cultura di Golasecca (la cultura di Golasecca – IX-IV secolo a.C. – si sviluppò a partire dall’età del bronzo finale, nella pianura padana e prende il nome dalla località di Golasecca, presso il Ticino dove, agli inizi del XIX secolo, l’abate Giovanni Battista Giani effettuò, nell’area del Monsorino, i primi ritrovamenti). Una terza componete si identifica con la fascia a sud del Po, che gravita verso la Liguria.
Liguria: i liguri, sempre secondo la tradizione letteraria, sono un popolo di antichissime origini; confinavano con gli Iberi a ovest, con i Celti a nord, i Reti a nord-est, Umbri e Etruschi a sud-est; la deduzione della colonia focea di Massalia (attuale Marsiglia) sarebbe avvenuta nel loro territorio. Si vociferava che per origini fossero vicini ai Celti e anche alle genti della cultura di Golasecca (Lepodi, Levi). La posizione strategica sul golfo ligure delle alture su cui sorge Genova esercitò una potente attrazione sugli Etruschi.
Lombardia: fu una regione popolata da genti diverse, ma si assegna il settore occidentale alla cultura di Golasecca (quindi in fase arcaica alla cultura Celtica); nel mantovano e nella metà della pianura Padana si insediarono gli Etruschi. Dopo la caduta dell’Impero romano diventerà Longobardia dai Longobardi.
Trentino-Alto Adige: si conoscono almeno due gruppi etnici maggiori gli Euganei nel settore meridionale e occidentale, Reti in quello settentrionale, entrambi suddivisi in nuclei minori (Verona città di origine retica ed euganea).
Veneto: delle tribù di origine pacifiche dove permisero l’insediamento dei Celti.
Friuli-Venezia Giulia: popolato dai Veneti, Euganei e Carni (sempre in epoca preromana).
Emilia-Romagna: divisa tra numerosi gruppi etnici, il suo epicentro era a Bologna, Modena e Reggio era un’antica presenza Etrusca nell’Età del Ferro.
Umbria: di origini antichissime gli umbri disputano agli Etruschi il primato sull’Italia centrale e sulla pianura Padana.
Etruria (Toscana e Lazio settentrionale): nella regione compresa tra l’Arno e il Tevere erano stanziati gli Etruschi, il gruppo etnico più dinamico dell’Italia preromana.
Lazio: i Latini (un popolo Indoeuropeo), ma i Sabini hanno origini più antiche, e altre tribù erano insediate nei dintorni (italici).
Marche e Abruzzo centrosettentrionale: erano insediati i Picenti (Piceni) di origine sabina.
Sannio (Abruzzo meridionale, Molise e Campania settentrionale): erano occupati dai Sanniti, il bellicoso popolo di origine sabina, suddivisi a loro volta in numerose tribù.
Campania: Ausoni, Opici e Enotri, alle quali subentrarono Iapigi e altri popoli. Gli Etruschi erano insediati non solo a Capua, ma anche nel salernitano. Più avanti si insediarono delle colonie greche.
Lucania e Calabria: quivi c’è l’origine della stirpe Italica (Ausoni, Enotri, Siculi, Morgeti, Choni, Iapigi, Liguri, Opigi, Lucani, Brettii – Bruttii).
Puglia: gli Iapigi sono la popolazione della Puglia, poi i greci nell’attuale Salento.
Le isole: Sicilia e Sardegna, ebbero degli sviluppi propri differentemente da tutta la penisola, con la quale nutrirono comunque profondi legami. Nella Sicilia interna si insediarono i Siculi e gli Elemi, nella Sardegna le genti della cultura nuragica, da cui derivano i sardi di epoca storica (ebbero contatti con scali fenicio-punici).

La Grecia antica, la pólis

Il termine pólis, di matrice indoeuropea, non attestato come vocabolo a sé stante nelle tavolette micenee e compare anche nella forma ptolis (insieme a ptolíethron) nell’epica e in altre fonti poetiche e prosastiche: sul piano linguistico un consenso pressoché unanime gli riconosce il significato originario di cittadella, roccaforte, fortezza e simili. A questa accezione primaria (Tucidide) con il tempo se ne sono aggiunte altre e in particolare quelle di centro urbano e di stato nella sua interezza (insediamento, popolazione e territorio). Nel primo caso il valore della pólis si colloca sul versante topografico e abitativo, sovrapponendosi sostanzialmente a quello di ásty; nel secondo investe la sfera politico istituzionale. Di vero e proprio policentrismo insediativo, in assenza di un centro urbano comune destinato ad accogliere gran parte della popolazione, delle istituzioni e dei culti, eccezionalmente il termine pólis è stato poi applicato ad articolazioni interne di una pólis, a città pertinenti a contesti anellenici e, con un uso chiaramente antonomastico, a entità statali di natura del tutto diversa da quella dei microstati greci.
Quindi, dare il significato di pólis a quello di una città non è propriamente corretto, o, almeno, non del tutto completo. Sta a indicare anche la città materiale con strade e i suoi edifici, sia una rivoluzionaria forma di governo, come è dimostrato dal fatto che da essa deriva la parola “politica”.
Nella pólis ci sta l’éthnos (popolo, razza – etnìa). Con éthnos lo storico Erodoto designa, da una parte, il variegato mondo dei popoli anellenici: dai Pelasgi ai Cari, dagli Sciti ai Traci, dai Medi ai Persiani; dall’altra, l’insieme dei popoli greci, le grandi stirpi dei Dori e degli Ioni, il popolo attico, le popolazioni delle póleis e delle regioni elleniche, la comunità dei Tessali.
Éthnos è applicato anche a popoli governati da regimi monarchici, a entità etniche indefinite del loro assetto; è come dire che l’éthnos permette di vivere , ‘ma non di vivere bene’, cosa che costituisce invece l’obiettivo per la pólis, la quale si rivela, dunque, come la formazione statale per eccellenza e come il metro per valutare le comunità politiche alternative.
Il termine Koinón, altrettanto importante – per in riferimento a uno stato – il temine può indicare il tesoro pubblico, gli organi e le autorità di governo o lo stato stesso, la comunità civica di una pólis.
Sympoliteía indica generalmente la condizione di membri di una stessa cittadinanza (politeía), ma anche la partecipazione attiva alla vita politica (Aristotele, Politica). Essa presenta una valenza tecnica precisa, che fa riferimento a forme di associazione politica tendenzialmente e formalmente paritarie, che non cancellano l’identità e l’individualità di coloro che si associano.

La polis ha una piazza, agorà, e la concepirono originariamente per un fine politico: creare uno spazio per radunarvi l’Assemblea dei cittadini. Poi vi concentrarono anche il mercato, il tribunale, la ornarono con fontane e la circondarono di portici, facendone il cuore sociale della “città bassa” e trasmettendo questo elemento urbanistico fino a noi. Nella polis greca, tuttavia, fu mantenuto anche il ricordo delle antiche fortezze micenee. Ognuna, infatti, aveva un’acròpoli o “città alta”, cioè una cittadella fortificata situata su una collina. Essa però non era più la sede del potere del re, ma la sede del potere religioso, rappresentato dai templi degli dèi che proteggevano la città. Intorno, infine, vi era la chora, la campagna, che non era un luogo deserto ma ospitava una parte della popolazione e numerosi santuari creando uno stretto legame tra città e territorio.
I Greci avevano un’idea abbastanza chiara sull’origine di molte delle loro città: da Atene a Dime, da Mantinea a Elide, da Rodi a Megalopoli. La poligenesi spesso chiamava in causa il sinecismo, un fenomeno che implicava un movimento centripeto di aggregazione e di fusione, destinato a ridurre a unità una plurità di villaggi o di città preesistenti, e che nella sua forma più completa si realizza a livello urbanistico (costruzione di un certo urbano), demografico (popolamento della nuova fondazione) e politico-istituzionale (formazione di uno stato unitario e accentrato).
Il sinecismo più famoso è quello ateniese, che ha avuto la massima risonanza nelle fonti, ma che si presenta anche come uno dei più problematici. Nonostante l’attribuzione a Teseo e all’età eroica, si tende a considerare l’unificazione dell’Attica e la formazione della città Atene come l’esito di un processo di lunga durata e a collocarne le fasi principali nell’VIII secolo, senza escludere una fase più antica e una più tarda. Per il resto, basterà ricordare la contrapposizione fra la rappresentazione tucididea, che ci mette di fronte a un episodio di natura essenzialmente politico-istituzionale, e quella delle altre fonti, che attribuiscono all’evento un carattere spiccatamente demografico-urbanistico. Se al sinceriamo ateniese è ricondotta la creazione di uno stato dotato di un grosso centro urbano e di un territorio di dimensioni anomale per una pólis, fenomeni analoghi attestati in altre regioni riguardano città di media grandezza.
Anche Aristotele sembrava vedere alla base della formazione della pólis un processo sinecistico, quando sostiene il passaggio dalle famiglie al villaggio e dai villaggi alle città. È possibile, dunque, che l’idea della pólis come aggregazione di villaggi debba qualcosa alle póleis katá kómas di cui parla Tucidide in riferimento all’assetto insediavo della Grecia del passato e a quello della Sparta contemporanea, ma la cosa non è molto rilevante. È da sottolineare, semmai, che l’espressione usata di pólis dei Lacedemoni e per le póleis del passato remoto assimila realtà sensibilmente diverse: Sparta, infatti, per quanto carente sul piano della strutturazione urbanistica, doveva nondimeno costituire una conurbazione ragguardevole concentrata in uno spazio limitato, presentandosi come qualcosa di notevolmente diverso nei confronti di situazioni caratterizzate da un policentrismo diffuso su un’area piuttosto estesa.

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