La Pulzella, quarta parte

La Pulzella d’Orléans, città che Giovanna aveva valorosamente liberato dall’invasione inglese, aveva appena diciassette anni.

Jeanette si sottoponeva a continui digiuni religiosi o a restrizioni alimentari, sebbene dai vangeli apocrifi Maria ebbe la visione dell’arcangelo Gabriele alla sua prima mestruazione – a tredici anni –, la nostra protagonista, anche se le apparve Michele e non Gabriele, non le aveva mai avute o, probabilmente, soffrisse di disturbi del ciclo. A oggi si sa che tutto questo, i disturbi mestruali fino ad arrivare all’assenza, fu dovuto alla carenza alimentare indotta da lei stessa per motivi religiosi.

Le prime voci le udì nell’estate del 1425, nel giardino di casa. Era mezzogiorno e Giovanna, da ragazzina, era digiuna. La voce, buona perché veniva da destra, era accompagnata da una forte chiara luminosa; era la voce dell’arcangelo Michele, Jeanette ne ha sempre proclamato l’autenticità e la sua piena sicurezza. Più tardi le voci sarebbero state di Margherita di Antiochia e Caterina di Alessandria

Ma cosa dicevano le voci?

Giovanna doveva adempiere alla volontà di Dio, il quale imponeva la liberazione della Francia dalla presenza dell’invasore: gli inglesi.

La ragazza, nelle sue interazioni nelle quali vedeva anche le figure dei suoi interlocutori, ne era intimorita, soprattutto perché da bambina aveva già vissuto gli orrori della guerra. Le voci, nel corso del tempo, andranno facendosi più frequenti, insistenti e perentorie; pretendevano che la giovane fanciulla si facesse carico della questione, diventando profeta di Dio come quelli del Vecchio Testamento: le ordinavano di recarsi in Francia – nelle terre controllate dal delfino –, ripetendole di avere una missione per conto del Signore, ed era quella di liberare la città d’Orléans, una città a guardia del ponte che univa le due sponde, inglese e francese.

Tutti chiacchieravano delle voci di Giovanna, dai parenti, agli amici ai vicini; invece i genitori non ne furono affatto contenti, avrebbero preferito vederla andare in sposa e avevano già individuato il loro futuro genero.

Nel 1428 si recò presso lo zio a Vaucouleurs, fu una scusa per poter incontrare il capitano del posto, ma le chiacchiere che già giravano su di lei fecero rifiutare a quest’ultimo sull’insistente richiesta di udienza di Giovanna e dello zio. Nel 1429 il capitano accettò per farla finita una volta per tutte a quell’assurda storia, liberandosi delle loro inopportune ostinazioni. Ma il rude capitano di Vaucouleurs, anche se non si lasciò convincere, rimase stupito dall’incontro con la fanciulla; non si è a conoscenza di quali fossero le sue vere motivazioni, ma prima la spedì dal duca di Lorena e Renato d’Angiò, esorcizzata dal parroco di Vaucouleurs e poi mandata direttamente dal delfino.

Alla ragazza fu assegnata una piccola scorta di nobili locali, spontaneamente offerti d’accompagnarla, permettendole di indossare abiti maschili e cavalcando un cavallo donatole dai compaesani.

Il “suo dolce delfino” – come lo chiamava Jeanette –, Carlo di Valois, risiedeva al castello di Chinon, sulla sinistra della Loira, e Giovanna, costantemente accompagnata dalla sua scorta, lo raggiunse dopo undici giorni di viaggio, tra percorsi secondari onde evitare i centri abitati e percorsi più in vista.

Ci sono svariate teorie su come andarono le cose, a prescindere dalla tempestività dell’arrivo delle lettere che informavano il delfino dell’arrivo della Pulzella, anche Giovanna stessa lo informò dei piani Divini e che lo avrebbe aiutato a sgomberare Orléans dagli inglesi, scortato fino a Reims per farlo consacrare secondo le tradizioni.

Jeanette aveva appena diciassette anni, mentre il delfino ne aveva ventisei. Un giovane debole nel fisico e nel carattere, figlio di un padre con degli evidenti squilibri mentali: era un uomo indeciso, inquieto, permaloso e apprensivo. Carlo era dominato dai consiglieri e dai suoi favoriti, si logorava all’interno della sua dimora nella fredda rocca di Chinon per l’infausta notizia ricevuta, la quale riguardava proprio la “giornata delle aringhe”, detta così dal giorno della Quaresima nel quale la battaglia aveva avuto luogo: Orléans era assediata dagli inglesi.

Storicamente il volto di Giovanna appariva gradevole, anche se era una ragazza bella, agli occhi del delfino appariva indifferente, ma da un lato nutriva curiosità verso questa figura vestita con modesti abiti maschili, un casco di capelli neri corti; però neppure lui poteva ignorarne le profezie al suo seguito, e dei primi segni che ella gli avrebbe fornito. Quando Jeanette si presentò al suo cospetto il delfino si era confuso tra i suoi sudditi, ella lo riconobbe in mezzo ai suoi nobili e cortigiani. Non lo aveva mai visto, al posto del seggio da delfino c’era un uomo che fingeva di possederne tale carica, ma Giovanna sapeva già da prima (grazie ai suoi segni) con chi doveva parlare. Dalla sua sicurezza nel muoversi tra la corte, da come si approcciava e aveva riconosciuto il delfino, nacque la leggenda che lei fosse di nobili origini. Venne esaminata dalle grandi teste dell’università rivale parigina: quella do Poitiers. Quivi Giovanna fu interrogata, parrebbe, per quasi due settimane a proposito della sua ortodossia e della sua devozione, mentre una commissione di sagge e venerabili signore provvedeva a vegliare con attenzione ogni aspetto della moralità. L’esame fu rigoroso ma la Pulzella lo superò con esiti che non lasciarono alcun dubbio, da questo punto sarebbe stata chiama La Pulzella, ossia la vergine.

Fu Marie Robine, Marie d’Avignon, a pronunziarne la profezia ricordata, durante l’esame di Giovanna, dal teologo Jean Erault.

Una carta profeticamente da tempo annunciata e che andava giocata, anche se a quei tempi giravano molte veggenti e profetesse, Giovanna appariva come la più credibile e concreta, soprattutto perché era portatrice di un messaggio nuovo: non si limitava a sentire delle voci e a formulare delle profezie.

Quasi contemporaneamente le cronache del tempo ci danno notizia di un’altra giovane paladina, una tal Pieronne la Bretone, la quale guerreggiava assieme a una sua amica al fianco dei ribelli a favore del delfino e che fu arsa sul rogo nel 1430, inquinato affermava che Dio le appariva spesso in forma umana. Ma Giovanna a differenza di quest’ultima aveva idee più chiare, anche a livello teologico.

Giovanna si fece fabbricare un’armatura, le venne assegnato uno stendardo con le insegne che lei stessa aveva scelto ispirata alle voci. In circostanze particolari, quasi miracolose, le venne trovata anche una spada. Si cercò di relegare la ragazza in funzione di tipo carismatico, come un simbolo, ma ella non volle sentire ragioni: lei doveva fare come le era stato detto dalle voci, non si doveva limitare a pregare ma portare le armi ed essere a capo della guerra. Fu così che le assegnarono un’équipe militare.

La Pulzella, terza parte

Nella distanza di pochi anni morirono due sovrani, Edoardo III d’Inghilterra nel 1377 e Carlo V di Francia nel 1380, chiudendo così la prima parte del conflitto; in entrambi i Paesi il diritto al trono di ciascuno era passato a dei minorenni: Riccardo II in Inghilterra e Carlo IV in Francia. Per questo motivo in entrambi i territori spadroneggiavano il potere i tutori degli infanti, mentre i due Paesi erano preda di un regresso demografico.

Mentre nel corso degli anni (non dimenticando che in Inghilterra il sovrano aveva lasciato un degno erede), in Francia, fino al raggiungimento della maturità del futuro sovrano – che secondo gli usi e i costumi di un tempo avveniva con il compimento dei vent’anni –, anche dopo il suo matrimonio la situazione non migliorò; in Inghilterra, invece, la situazione si andò ad assestare a partire del 1399 con l’avvento dei Lancaster.

Ritorniamo in Francia, il regno di Carlo VI fu debole ed egli stesso presentò segni di squilibrio mentale, ci fu un’accanita lotta per il potere, la quale si restrinse a Filippo l’Ardito duca di Borgogna: l’uomo più potente e il politico più saggio del regno. Ma con la sua morte nel 1404, il suo posto venne preso dal figlio Giovanni, un uomo di grande rilievo e dove ebbe modo di dimostrare il suo valore durante una spedizione crociata, fu per questo motivo che ebbe l’epiteto Giovanni Senza Paura. Costui venne assassinato dal delfino Carlo.

Andiamo in Inghilterra, le nozze tra Enrico V e Caterina di Francia, celebrate nel 1420, furono accompagnate dal trattato di Troyes – la Guerra dei Cent’anni costituì sia in Francia che in Inghilterra un momento fondamentale soprattutto per la formazione di una coscienza nazionale, facendo emergere le differenze tra gli interessi e le culture nazionali e disgregando l’idea di una comune mentalità feudale che aveva avvicinato, tramite i rapporti di vassallaggio, i governanti dei due paesi;  Caterina, figlia di Carlo VI e Isabella, andò in sposa a Enrico V, e la loro discendenza avrebbe regnato anche sulla Francia (trattato di Troyes, 1420), mantenendo tuttavia separate le due corone –, naturalmente il delfino Carlo rifiutò di riconoscere il trattato che gli impediva di essere il successore al trono, legittimo in quanto erede di Carlo VI.

Enrico V muore succedendogli il figlio Enrico VI che, ancor prima di camminare, subì il peso delle due corone: inglese e francese.

Fu in questi anni che nacque, poco prima del trattato, Giovanna d’Arco, intorno al 1412, in un villaggio dei Vosgi da una famiglia di piccoli proprietari; ella condusse una vita non molto diversa dalle fanciulle del suo tempo, finché non cominciò a udire le voci.

Dopo il Trattato di Troyes, la Francia si trovò divisa in tre blocchi, Il Nord-Ovest del paese era governato dagli Inglesi sotto il pugno di ferro del duca di Bedford, Giovanni, zio del re-bambino; a Oriente si estendeva il territorio del duca di Borgogna – rispettato da tutti –, alleato indiscusso degli inglesi. Il dominio del delfino, invece, teneva insieme con poca sicurezza e scarsa energia un Paese dall’ampia estensione ma dalla vita civile incerta. Molte zone del suo regno, del delfino Carlo, erano marginali e confinarie, quindi facilmente contestabili e nelle quali ribollivano le passioni e le lotte che a oggi noi chiameremo partigiane – ma che ne contesterei la validità e l’utilizzo della parola in quei tempi; la sua etimologia: chi parteggia, chi si schiera da una determinata parte, chi aderisce a un partito, sostenendone le idee, seguendone le direttive, per lo più con spirito fazioso e settario, di parte, col suffisso di artigiano, valligiano.

L’intero paese era intimorito dalle scorrere di bande mercenarie, dalle quali si moltiplicavano le voci di visioni angeliche e demoniache, vecchie leggende folcloristiche e culti pagani si intrecciavano alle nuove eresie.

Cominciamo con un quadro ben specifico della società nella quale è cresciuta la nostra eroina: verso il 1412, il giorno dell’Epifania, nacque una bambina nel villaggio di Domrémy (nei Vosgi), a quei tempi dipendente della castellania di Vaucouleurs. Il ducato era quello di Bar, sulla riva sinistra del Mosa – un territorio di piccole dimensioni, circondato dalle terre borgognone ma fedele al delfino, il giovane Carlo di Valois –, disprezzato perché fedele al re spodestato.

La nostra amata eroina, Jeanne, ma da tutti chiamata Jeannette, aveva visto la luce in un paese di frontiera, fedeli al delfino ma circondati dai suoi nemici. Un posto ambito, una zona importante e potenzialmente prosperosa. Quivi si incrociavano le vie mercantili che collegavano Lione e Treviri con Basilea.

Jeannette era una dei cinque figli di piccolissimi proprietari, non sapeva leggere e scrivere, non aveva frequentato nessun tipo di scuola. Si occupava dei mestieri di casa e nelle festività frequentava la chiesa. Era una ragazza molto religiosa, tipico della società del tempo, viveva la cultura tradizionale e folclorica della sua comunità: una cultura fatta di proverbi, espressioni consuete, conoscenze tecniche e materiali, di credenze e di leggende.

Era usanza tra le giovani donzelle riunirsi attorno a un faggio, che la tradizione folclorica collegava alle fate e attorno al quale si danzava e si ballava; questo succedeva durante le feste e in primavera, un omaggio a dimenticate e antiche divinità germaniche: la Calenda maja, il Calendimaggio celebrato un po’ in Europa, soprattutto nel Nord. In questo sito c’era una fonte celebre per le sue proprietà taumaturgiche, molti ammalati venivano a berne l’acqua; proprio poco distante sorgeva un bosco di querce, una sacralità protratta dalle antiche tradizioni celtiche e germaniche.

Nei racconti collegati alla religione Norrena, l’albero, la fonte e il bosco sono collegati tra di loro, dove intorno giravano sempre leggende simili ma, a tratti, con qualche differenza.

Jeannette era un’adolescente di tredici anni, a quell’epoca non si era più bambine a quell’età, e fu nell’estate del 1425 che udì delle voci da lei attribuite all’arcangelo Michele e alle sante Margherita d’Antiochia e Caterina d’Alessandria. Ma fu solo l’arcangelo Michele a parlare della liberazione della Francia dagli inglesi, un simbolo e un significato non casuali, visto che il protettore della Francia è proprio lo stesso San Michele, dato che il suo “collega” San Giorgio aveva deciso di proteggere gli inglesi.

Giovanna era nata infatti in una famiglia molto devota, ma questo particolare venne utilizzato contro di lei durante il processo, considerando la famiglia di natura superstiziosa.

Jeannette aveva tre fratelli maggiori e una sorella – la quale morì di parto nel 1428 –, di loro tre si è a conoscenza dei loro pellegrinaggi in Santiago di Compostella, a Roma, a Gerusalemme e sul Monte Sinai; alcuni storici, però, sostengono che i nomi dei fratelli di Giovanna, Jaques, Pierre e Jean, fossero comuni a quel tempo – e l’antroponomastica del Quattrocento era piuttosto monotona – mettendone in dubbio la veridicità.

Ben poco si sa sui pellegrinaggi del padre della fanciulla, mentre la madre veniva soprannominata Romée, dove i pellegrini che proseguivano verso Roma prendevano il nome di Romei. Ma non era inusuale per quei tempi, queste terre venivano attraversate continuamente da pellegrini e devoti.

La Pulzella, seconda parte

Sembrerebbe sia nata nel 1412, condannata e bruciata al rogo nel 1431. L’intera parabola della nostra eroina ha vita e si conclude nel periodo conclusivo di un lungo conflitto dinastico e, in fondo, di una guerra civile.

Alla morte dell’ultimo re dei Capetingi (dinastia che regnò in Francia dal, nel ramo diretto, dal 987 al 1328; le origini sono incerte, forse della Neustria, si suole indicare con questo nome, per il quale Ugo capeto, la dinastia che tenne il regno di Francia dallo scomparire dei Carolingi; terza tra i merovingi, carolingi e capetingi), l’avvento al trono di Filippo di Valois scatenò un conflitto sanguinario che vedrà la corona di Francia e di Inghilterra combattersi per oltre un secolo senza esclusione di colpi. È il periodo e anche il conflitto che a oggi chiamiamo Guerra dei Cent’Anni, anche se durò un po’ più di un secolo e che ebbe svariati intervalli nel corso delle sue battaglie, e che durò 116 anni, dal 1337 al 1453.

La fase della storia europea compresa tra il Trecento e il Quattrocento è attraversata da una crisi, un significativo peggioramento climatico diede il via a una fatale catena di carestie e, di riflesso, di epidemie come la peste nera, la quale ebbe il culmine nel 1347-50. Tutto questo provocò una forte recessione demografica, accompagnata dall’abbandono dei centri demici e di aree coltivabili, dove le città ebbero delle ripercussioni sociali che andarono verso i fallimenti a catena come le banche fiorentine. Questo malessere comune sfociò in vere sommosse popolari, quivi avvenne la nascita della la paura di un terribile essere malvagio che avrebbe dominato la fine dei tempi: l’anticristo.

La guerra Guerra dei Cent’Anni fa parte di questo quadro, il vuoto dinastico venutosi a creare con la morte senza eredi maschi, l’assemblea dei baroni del regno di Francia stabilì di offrire la corona a un cugino del defunto re, Filippo di Valois, diventando così Filippo VI re di Francia. Questa scelta levò i diritti diretti di discendenza a Edoardo III re d’Inghilterra.

I rapporti esistenti tra la corona di Francia e di Inghilterra erano antichi e complessi. Nel 1066 il trono dell’unificata monarchia anglosassone venne conquistato da Guglielmo duca di Normandia, creandosi una delicata ma non inconsueta situazione: re della corona d’Inghilterra e vassallo della corona di Francia, in quanto duca di Normandia.

Nel 1154 si insediò sul trono d’Inghilterra una nuova dinastia vassalla della corona di Francia: i Plantageneti duchi d’Angiò, divenendo signore di gran parte del territorio francese. Anche se i possessi del sovrano inglese si ridussero nel territorio francese tra il XII e il XIV secolo, il legame tra i due paesi rimase molto forte.

Il conflitto si scatenò nelle terre fiamminghe, fu un tentativo di Filippo VI di sedare l’ennesima rivolta a far sì che le città di questa terra si rivolgessero al re d’Inghilterra, fu in tal occasione che quest’ultima denunziò i rapporti vassallatici e anche dinastici che lo legavano alla Francia e alla sua corona (Edoardo III era figlio di Isabella di Valois e sorella di Carlo IV). Tra il 1337 e il 1338 scoppiò la guerra.

Durante il corso della guerra, bensì la forza militare francese fosse ben più numerosa, gli inglesi riuscirono a umiliare e sovrastare l’orgoglio nobiliare francese.

In tutto questo non ci siamo dimenticato della nostra paladina Giovanna, ho dedicato più articoli sulla Guerra dei Cent’Anni e, prima di fare entrare la La Pulzella d’Orléans, vorrei che ci fosse più chiarezza sull’argomento.

Nel 1360 si giunse alla pace di Brétigny, dove Edoardo III rinunziò alle sue pretese sulla corona francese e la Francia riconosceva la sovranità inglese sulla Guienna. Ma la guerra riprese nel 1369, sotto la guida del re Carlo V il Saggio dove i francesi, fatto tesoro delle sconfitte precedenti, evitarono lo scontro frontale e battaglie campali dannose in cambio di una serrata tattica di guerra.

Questo conflitto francese andò a intricarsi nella questione sulla contesa della corona scoppiata in Castiglia, questo portò al governatore inglese dell’Aquitania, Edoardo del Galles, detto il Principe Nero, le sue gesta in primo piano. Non tralasciamo le Fiandre, sempre in lotta contro la fiscalità francese, le quali furono piegate dal fratello del re di Francia: Filippo II l’Ardito duca di Borgogna.

È indispensabile sottolineare come questa guerra e il suo percorso sfociarono in una “guerra dei simboli”, Giovanna d’Arco ne fu una delle protagoniste. Nel 1335 Edoardo III d’Inghilterra aveva adottato come sua insegna una croce rossa su fondo d’argento, il significato più considerevole riguardava il suo precedente impiego, usato soprattutto in Italia dalle milizie guelfe (da Welfen, duchi di Baviera, favorevoli a un’intesa con Roma) incoraggiate da inquisitori e predicatori popolari. Si pensa che nell’insegna si volesse riprendere l’antica e venerabile bandiera imperiale, caratterizzata da una croce d’argento su uno sfondo vermiglio – ne aveva invertito i colori, com’era l’abitudine araldica, dove nella Penisola italica del Duecento si conosce una croce rossa guelfa e una croce bianca ghibellina (da i signori di Waibling, da cui il termine ghibellini, e di Svevia).

Nella tradizione iconica la croce rossa in campo d’argento era diventata per eccellenza il simbolo della guerra santa, infatti era proprio la croce rossa nel XI secolo cucita sugli abiti che contraddistingueva i pellegrini armati a Gerusalemme, attribuzione come arma araldica al santo guerriero per eccellenza: San Giorgio. C’è un “ma”: nella tradizione diffusa dai romanzi del ciclo del Graal, Galaad conosciuto come Queste del Graal aveva dei veri e propri caratteri cristici, portando uno scudo argenteo rossocrociato.

Gli Inglesi in onore del loro San Giorgio, cominciarono a fregiarsi di una croce vermiglia; i Francesi avrebbero risposto adottandone una bianca attribuita all’arcangelo Michele, secondo una tassonomia delle opposizioni cromatiche e agiografiche familiare ai gusti e alla mentalità di quei tempi.

Giovanna era caratterizzata da uno stendardo e una spada, lo si conosce da alcune descrizioni e da qualche immagine. Si sarebbe trattato di un vessillo candido sul quale, all’immagine di Dio assisso sull’arcobaleno, si affiancavano due angeli che recavano nelle mani il giglio di Francia; si accompagnavano in nomina divina che sarebbero stati da allora l’impresa della pulzella: Jesus-Maria. Uno stendardo a due punte che reca, ben in vista, il trigramma IHS, figura secondo gli usi del tempo abbreviata. Tale scelta manifestava la propensione per il mondo francescano.

La sua spada era arrugginita ma sulla lama c’erano incise tre croci, ella l’aveva veduta in una delle sue visioni al santuario di Sainte-Catherine-de-Fierbois – potrebbe essere un chiaro riferimento alla “spada nella roccia”, un simbolo archetipo che torna anche nella letteratura arturiana –; un arma di questo tipo era appartenuta al santo-cavaliere Galgano che si venerava nel santuario a lui dedicato nella Maremma senese. Il culto di Galgano era strettamente connesso a quello dell’arcangelo Michele.

La Pulzella, prima parte

Enigmatica ragazza vissuta meno di vent’anni nella Francia del Quattrocento sconvolta dalla guerra dei Cent’Anni, una contadina lorenese, una cosiddetta visionaria che volle diventare un guerriero e che, nel seguito, fu arsa come eretica da un tribunale dell’Inquisizione.

La figura di questa paladina, proiettata ai giorni d’oggi, è purtroppo attualizzata e quindi fraintesa. Era una donna, vero, ma volle vivere e combattere come un uomo per un ideale femminista, era anche una devota cristiana ma che non intese piegarsi alla disciplina Cattolica della Chiesa e per questo morì bruciata come eretica; era una donna, una contadina analfabeta di una provincia quasi germanica del paese, eppure diventò – e lo è tutt’oggi – il simbolo della Francia.

A oggi, su di lei, si leggono congetture: c’è chi parla della sua omosessualità, c’è chi si chiede cosa ci facesse al suo fianco Gilles de Rais, pederasta e infanticida, mago e alchimista; giudicate le sue allucinazioni, le voci divine che la guidavano, trascinandola per secoli da tutte le parti ideologiche.

Esiste una Giovanna contraddittoria e una nazional-popolare, una di destra e una di sinistra e chi ne proclama il prototipo di femminista; a torto di questa follia pura dell’attualizzazione, Giovanna non rivendica abiti e ruoli maschili per una parità di sessi o per un gusto sessuale, al contrario, ella voleva spogliarsi del suo voler essere donna e vivere, lottare come un uomo, perché maschilizzarsi era parte della sua missione.

Nel primo grande conflitto mondiale i francesi nazionalizzarono il suo simbolo, ma durate il secondo conflitto ritornò al suo angolo contraddittorio. Collaborazionisti e filotedesci ci vedevano il simbolo della secolare inimicizia nei confronti dell’Inghilterra, gollisti e membri della resistenza, i quali la vedevano come tutrice della patria contro gli invasori.

Lo sbaglio di questa sua nazionalizzazione e del simbolo patriottico viene ampliato dalla vera posizione che ricopre il suo essere; in realtà, Giovanna, non è all’alba della nazione, ma semmai dello stato assoluto. La dimensione nazionale esisteva nel XV secolo, vero, anzi, era già viva nel Tardo Medioevo: e con essa la rivalità e i pregiudizi. Ma questo mondo, quello prima dell’avvento dei nazionalismi, era ancora lontano dal tradursi in idee-forza.

Giovanna non amava gli Inglesi, ma sapeva che il loro re, Enrico VI, era in realtà francese per lingua, tradizione e dinastia (con discendenza normanna) non meno del suo delfino di Francia Carlo, poi divenuto Carlo VII. I francesi erano molto sostenitori di Enrico VI, a cominciare dal duca di Borgogna, Filippo il Buono. È per questo che dobbiamo affermare che Giovanna non era nazionalista, ma era carismatica; ella seguiva le sue voci, soprattutto quando la comandavano.

Quindi, durante questo periodo, fino alla caduta di Napoleone Bonaparte, teniamo fuori discorsi sul nazionalismo.

All’inizio della guerra dei Cent’Anni i francesi erano convinti di sbaragliare gli inglesi grazie alla forza della loro splendida cavalleria pesante – non dimentichiamo che la cavalleria è nata con la franconia – composta da aristocratici. Ma la forza inglese stava nei frugali montanari scozzesi dal passionale sangue celtico e dagli stessi gallesi, che non erano altro che fanteria coraggiosa e instancabile che, a più riprese, riuscirono a umiliare i superbi della cavalleria francese. A essi si affiancava il braccio degli arcieri inglesi con l’imbattibile sangue guerriero anglo-sassone, e anche qui i gallesi li appoggiarono con non meno maestria. I bowmen armati dei loro lunghi archi che dal Duecento erano simbolo della popolazione occupata dai normanni: yeomen e freeholders, contadini soggetti alla giurisdizione del sovrano, ma che nei giorni di festa esercitavano l’abilità dell’arco come segno esteriore di libertà (non dimentichiamo l’esemplare descrizione di tali tornei del romanzo di Walter Scott, Ivanhoe). Gli arcieri Inglesi fronteggiarono e superarono i balestrieri mercenari genovesi, il meglio che l’industria da guerra trecentesca potesse fornire; la freccia lunga era troppo sensibile al vento e aveva una capacità di penetrazione relativamente scarsa, mentre i dardi delle balestre erano precisi e penetravano l’armatura, ma, di contro, il tempo per ricaricare una balestra era sufficiente per un arciere a scoccare un’altra freccia.

Anche l’uso di bombarde che, assieme al coordinamento della cavalleria inglese e degli stessi arcieri portarono alla vittoria di questi ultimi contro il radicato preconcetto francese sulla superiorità della loro cavalleria.

Ma quando entra in gioco Giovanna?

Mettiamo in chiaro alcuni presupposti e chiarimenti sul suo personaggio e la sua persona: noi la chiamiamo Giovanna d’Arco, ma ai suoi tempi nessuno la chiamava così, durante il suo processo dichiarò di essere chiamata Jeannette, il nome Jeanne le era stato attribuito solo quando era venuta in Francia. Affermò che nel suo paese le ragazze portavano il nome della madre, si sarebbe dovuta forse chiamare Romée, ma era più un soprannome che un nome. Specifichiamo che il cognome non era proprio del medioevo, anzi, e che ancora nel Quattrocento i cognomi moderni erano ancora instabili – visto che il cognome nasce nell’era moderna verso il 1564 –; sarebbero emerse poco a poco, fissando patronimici, toponimi d’origine, epiteti professionali, soprannomi, etc…

Giovanna si era sempre definita Giovanna la Pulzella, e fu così che si venne a imparare e a conoscere in Francia. Il suo cognome verrà trovato alla riapertura del suo processo nel 1455, scritto secondo la grafica Darc (che però fu più usato per la famiglia che per lei). Solo nell’Ottocento esso venne fissato nella forma che conosciamo oggi come d’Arc; prima d’allora lo troviamo in svariate grafie come: Dars, Dai, Day, Darx, Care, Tarc, Tard, Dart, Tart.

Considerando la pronuncia marcata e molto dura del francese parlato in Vosgi e Lorena, si sostiene che la forma preferibile fosse Tart, quella d’Arc che prevalse deriva forse dal toponimo che nel parlato non le riguarda, un tentativo di nobilitarne le origini.

La Guerra nel Medioevo

Per i popoli vichinghi il guerriero morto in battaglia raggiungeva il Valhalla (da qui l’evenerismo ed evemerismo), quindi era considerato anche un atto empirico, ricco di valori dove non doveva mancare l’onore; questo aspetto – non dimentichiamoci che il Medioevo è germanico – non ci deve far tralasciare l’eredità che noi europei abbiamo avuto da queste popolazioni germaniche, come: i valori di un cavaliere, la fedeltà dove la guerra è un’eredità ancestrale e una costante antropologica.

Nel Medioevo la guerra era pubblica o privata dove, non solo l’economia, ma la vita quotidiana era influenzata da questa antica festa cruenta e crudele. Tutto questo, dopo la seconda metà del XI secolo, veniva arricchito da una celebrazione, un rito che serviva “per fare un cavaliere”: il cavaliere più anziano consegnava al postulante le armi significative del suo futuro stato, soprattutto e in particolare la spada. Seguiva un colpo inferto dal cavaliere a quest’ultimo, un atto che serviva a fargli ricordare il giuramento. Tutto questo è rivenuto dai testi francesi, visto che è dalla discendenza dei franchi che nasce la cavalleria come i tornei. Il colpo era dato a mano aperta come uno schiaffo, una palmata (per l’esattezza) inferta sulla gota o sulla nuca.

La fama di un cavaliere accresceva grazie alle battaglie vinte, o ai tornei a discapito dei vinti – dove ne inglobava il feudo (se mai lo avesse avuto), il cavallo, l’armatura, etc… del cavaliere sconfitto –, il suo lavoro era la guerra e si poteva anche arricchire con scorrerie, saccheggio nelle terre e nei castelli conquistati.

Molte guerre erano dovute a dei motivi personali tra nobili, tra cavalieri che avevano delle discrepanze anche sotto lo stesso regno. Queste vendette, o guerre personali non solo indebolivano le casse della corona, ma faceva perdere gli uomini a un re che, se mai ne avesse avuto bisogno, non ne poteva più disporre. Fu così che si crearono i tornei, dove ogni cavaliere poteva risolvere le proprie diatribe senza coinvolgere altri uomini e senza lo spargimento inutile di sangue altrui. Solo la propria vita e la loro reputazione era partecipe a quella che poteva essere un combattimento personale.

Anche la chiesa era stufa per l’inutile spargimento di sangue tra “fratelli” battezzati sotto un unico, lo stesso Dio, certo che i tornei erano una buona uscita per gestirne al meglio i rancori ma, comunque, ne condannava la brutalità.

I tornei, per i sovrani, erano anche visti come un’opportunità che contribuiva all’addestramento dei giovani cavalieri e tenevano occupati quelli di loro che non erano in guerra.

Ma la guerra sembrava inevitabile, soprattutto nel XII e XIII secolo, questa portava ricchezze, ma anche epidemie e carestie, soprattutto nella penisola italica.

Gli eserciti feudali si basavano quasi esclusivamente sui cavalieri, con l’avvento dei comuni, invece, negli eserciti comunali accanto alla cavalleria troviamo gli arcieri, i balestrieri e le milizie cittadine.

È esclusiva medievale che il cavaliere, il guerriero, non può essere chiamato soldato: Il termine deriva dal latino e indica qualcuno che ha operato per denaro; solidare, in latino significa pagare e proprio i soldati romani erano pagati in Solidi, ma non i cavalieri o i guerrieri medievali. Precisamente deriva dall’antico francese che, di riflesso, deriva dal latino; ed è per questo motivo che, nel cadere dell’epoca medievale, avremo i mercenari: soldati, pagati, fare il soldato, partire, andare soldato, essere arruolato a chi faceva il mestiere delle armi per denaro.

Mentre in epoca romana (sia repubblicana, imperiale e tardo antica), la guerra era altresì una costante, nel Medioevo – non va commesso l’errore di giudicarla come epoca più sanguinaria –  i conflitti erano guerre di città e potevano durare un giorno, un mese, o anni. Aveva molteplici significati: uno strumento di affermazione per le singole potenze che la utilizzavano per ottenere la supremazia sui vicini, o per creare proprie aree di influenza, per impadronirsi di regioni ricche di risorse o per conquistare nuovi territori.

Le élites, i nobili, utilizzavano il combattere a cavallo come tratto distintivo e caratterizzante. Nel corso dell’epoca medievale il quadro globale cambiò più volte, dal contrastare le invasioni di altri popoli nordici o altre tribù barbare, alle guerre per colpire le risorse economiche come succedeva tra i comuni nella penisola italica.

La cavalleria pesante rappresentava la risorsa principale grazie alla capacità di movimento, alla forza d’urto e all’addestramento dei suoi componenti. Svantaggiata in uno scontro corpo a corpo per la pesantezza dell’armatura, e in difficoltà se la battaglia avveniva in una zona fangosa.

Anche l’armamento cambiò nel corso di tutta l’epoca medievale, la dotazione standard del cavaliere si definì nell’XI secolo: corazza di cotta di maglia, scudo, elmo, spada e lancia. Quest’ultima era utilizzata per la carica “lancia in resta”, resa possibile dalla realizzazione di particolari tipi di sella, che consentivano al combattente di colpire a piena forza e restare lo stesso a cavallo.

Nel corso del Duecento, i fanti accrebbero le loro capacità di resistere ai cavalieri grazie all’adozione delle lance lunghe, delle mannaie e, soprattutto, delle balestre.

Fondamentale per la guerra medievale era l’assedio, soprattutto perché permetteva una vera e propria guerra di logoramento per chi lo subiva. Dopo l’anno mille vi fu il periodo dell’incatenamento dove tutte le città e i principali insediamenti rurali disponevano di fortificazioni, castelli e torri isolate.

Anche in questo campo la tecnologia conobbe una rapida evoluzione con la diffusione delle artiglierie a contrappeso (prima il mangano e poi il trabucco) e poi, dopo Trecento, dai cannoni e delle bombarde a polvere. Le strutture fortificate, invece, le quali a loro volta mutarono per sostenere al meglio la minaccia esterna, passando dalle fortificazioni in terra battuta e legno altomedievali a quelle in pietra e mattoni del XII-XIV secolo, alle rocche, basse, tozze e dotate di piazzole per l’artiglieria del XV.

Ritorniamo alla questione iniziale: nel medioevo il conflitto era una costante quotidiana, per qualcuno rappresentava l’unica ragione di vita, per altri un flagello, una piaga come la malattia e la carestia. Per alcuni fonte di immenso guadagno, per altri solo morte e distruzione.

Gli eserciti medievali non erano composti da uomini in uniforme, gli equipaggiamenti erano simili al punto che sarebbe stato difficile identificare, a colpo d’occhio, un amico da un nemico; ma il contesto era caratterizzato da stendardi, guidoni, simboli personali, motti e grida di battaglia, questo rendeva più facile individuarne il nemico o il compagno.

Va, quindi, dimenticato il senso di uniformità militare che il cinema ha voluto trasmettere, affermando che non ha nessun fondamento storico. Come l’agilità non era contemplata, visto che le armature erano pesanti e scomode; in una vera battaglia si tendeva a rimanere quanto più a lungo possibile spalla a spalla con i propri compagni, in formazione serrata. A cavallo o a piedi erano le formazioni chiuse che conducevano le battaglie. Le armi pesavano, e tranciare arti e infilzare corpi era veramente faticoso, infatti, se pioveva, la battaglia veniva rimandata: si poteva scivolare, rimanere isolati, beccarsi un dardo vagante in uno sciame di frecce.

Curiosità: il saluto militare odierno – che consiste nel portare la mano destra al cappello – deriva propio dai cavalieri medievali che, soprattutto durante i tornei, per salutarsi tra rivali (o nemici) alzavano la visiera dell’elmo con la mano destra. 

Il paradosso:

«La guerra dei Cent’anni ha avuto la peculiarità di essere stata senza inizio e senza fine.»

Collegato a questa guerra abbiamo la parte storica che rappresenta la Conquista Normanna nell’isola della Bretagna. Dove i normanni, avendo la corona d’Inghilterra unitasi al Galles e, poi, alla Scozia, aveva anche annesse delle terre nella Francia odierna. I rafforzamenti monarchici e la riorganizzazione dello Stato erano in atto in Inghilterra fin dal Duecento, dal 1215, con la Magna carta concessa da Giovanni senza terra, aveva introdotto meccanismi di controllo sull’operato del sovrano, attraverso la creazione di un consiglio comune del regno, competente in maniera fiscale, di cui facevano parte la nobiltà e il clero, e di una Curia baronale di venticinque nobili, incaricata di vigilare sulla politica complessiva del re.

Il contemporaneo consolidamento delle istituzioni politiche in Francia e in Inghilterra e dare la continuità e compattezza al proprio territorio, si scontravano con una realtà, soprattutto quella della corona inglese, il cui titolare, in quanto detentore di grandi feudi in Francia si trovava ad essere vassallo del re di Francia e sovrano d’Inghilterra. La concorrenza delle due monarchie veniva aggravata dal controllo dei feudi delle Fiandre, dipendente a titolo feudale alla Francia ma economicamente legato all’Inghilterra. E, infine, c’era la Scozia nel quale gli Inglesi volevano mettere sotto la loro corona, mentre i Francesi ne difendevano l’indipendenza.

Fu così che nacquero una serie di conflitti tra i due regni, i quali si protrassero nel tempo, con lunghi intervalli. Questa caratteristica fece dare a queste lotte tra Francia e Inghilterra il nome di Guerra dei Cent’anni.

Bisogna conoscere la differenza tra le guerre medievali, moderne e contemporanee per capire, altrimenti l’argomento va lasciato perdere. Va sottolineato che l’elemento centrale della guerra nell’età feudale era la cavalleria pesante che, con la guerra dei Cent’anni, subì un declino. Il guerriero era coperto di ferro, l’armatura era veramente pesante e, se pioveva, la guerra non si poteva fare; montato su un cavallo, anch’esso bardato, dove al suo seguito aveva i palafrenieri e scudieri, questo era l’espressione di un ordine sociale che riservava la professione della guerra a una classe di guerrieri in grado di trarre dai proprio possedimenti feudali le risorse e gli uomini necessari. Diversamente sarà nell’età moderna dove l’ascesa della fanteria e dell’artiglieria ad armi decisive che manifestava la nuova potenza finanziaria, in quanto diventarono soldati – mercenari – e accentrata dello stato rinascimentale in cui la nobiltà aveva un ruolo secondario, non più di servire il proprio re nelle guerre; ci fu lo sviluppo delle fortificazioni in senso orizzontale con mura spesse a differenza delle alte e sottili mura dei castelli medievali.

Il periodo che ricopre la Guerra dei Cent’anni fu, pressoché, dal 1337 al 1453 (non dimentichiamo che nel mezzo ci furono anche gli anni della peste nera). L’inizio delle ostilità fece estinguere la dinastia dei Capetingi, in seguito alla morte del senza eredi Carlo IV, il figlio di Filippo il Bello; a rivendicarne l’eredità fu Edoardo III, re d’Inghilterra, e Filippo di Valois, figli rispettivamente di una sorella e di un fratello di Filippo il Bello. La scelta cadde su Filippo, diventando re col nome di Filippo VI, ebbe così inizio la dinastia dei Valoi.

Ma il re d’Inghilterra non rimase per molto con le mani in mano: nel 1337 sbarcò in Fiandra dove era in atto una rivolta anti francese, a Gad si proclamò re di Francia dirigendosi, poi, con il suo esercito verso Parigi.

La prima parte della guerra fu favorevole agli inglesi, e l’andamento negativo delle operazioni belliche francesi, il diffondersi della peste nera non andarono che a peggiorare il malcontento della popolazione, soprattutto verso le campagne parigine.

Nel 1336 si giunse alla pace di Bretigny, con la quale il sovrano inglese rinunciava ai suoi diritti sul trono di Francia, ma riceveva in cambio la sovranità su un terzo del territorio francese, senza alcun vincolo feudale.

La tattica di guerra cambiò, i francesi, senza l’ausilio dei loro comandanti, consci che l’esercito occupante inglese fosse lontano dalla loro base, l’Inghilterra, attaccavano con incursioni e scontri locali. Fu così che costrinsero gli inglesi ad abbandonare la maggior parte dei territori acquisiti con la pace di Bretigny.

In questi anni – nel mentre si andava avanti per i territori in Francia – sia in Francia che in Inghilterra il potere monarchico veniva scosso da crisi dinastiche e da violenti conflitti sociali, i quali portarono all’avvento della nuova dinastia inglese, i Lancaster, e l’alleanza tra Enrico V e il duca di Borgogna (Giovani Senza Paura) contro il re di Francia. Il sovrano inglese, sbarcato in Normandia, travolse l’esercito francese ad Anzincourt, occupando gran parte della Francia nord-occidentale, mentre il duca di Borgogna si impadroniva di Parigi.

Il re di Francia, Carlo VI, caduto in mano ai vincitori, dovette accettare il trattato di Troyes, con il quale diseredava il figlio Carlo e trasferiva il diritto di successione allo stesso Enrico V, al quale dava in moglie la figlia Caterina.

Ma una pastorella della Champagne animata da forte spirito patriottico e religioso, rivelò di avere alcune visioni riguardanti le sorti di Francia; attraverso le quali Dio stesso le avrebbe rivelato, –ordinando si salvare – le sorti della sua terra. Giovanna d’Arco si presentò al delfino Carlo (delfino:  il Conte d’Albon, Guigues IV o Ghigo IV aveva sullo stemma araldico due delfini di colore blu su sfondo giallo, i quali gli fecero prendere il soprannome di “il Delfino”, in francese le Dauphin; secondo alcune ricerche storiche tale simbolo fu introdotto da sua madre, la nobildonna inglese Matilde di Aetheling; la particolarità dell’emblema piacque talmente tanto alla casata degli Albon che decisero di adottarlo nelle loro insegne, dando inoltre il nome di Delfinato al loro territorio che comprendeva il sud-est della Francia) nel marzo del 1429, si fece affidare la guida dell’esercito, dando inizio alla liberazione dei territori francesi. Presto si diffuse la notizia della Pulcelle – dal latino puella (fanciulla) – e delle sue imprese, cosa che fece aumentare l’adesione del popolo che accorreva da tutti i territori francesi per combattere al suo fianco. Dopo alcune significative vittorie, la giovane eroina fu arrestata dai Borgogni e portata nei territori inglesi dove conobbe l’accusa di eresia e andò in contro alla morte per rogo.

La scomparsa della Pulcell – poi riabilitata nel 1456 – non fermò la riscossa dei francesi, Parigi fu riconquistata nel 1436, dopo pochi anni venne lo stesso con tutto il territorio di Francia.

Le divisioni, e il perché

In Europa, trattiamo l’epoca Medievale, gruppi numerosi di Ebrei erano presenti nelle città del Mediterraneo e dell’Europa continentale, i quali partecipavano attivamente alla vita economica come mercanti e artigiani. Le attività più fiorenti di questo popolo erano nella Spagna Musulmana e nella Renania-Lorena. Sin dal rinascimento nella Penisola iberica il commercio degli Ebrei e dei Mori (musulmani) aveva evitato un collasso economico del paese, cosa che avvenne con le loro persecuzione e la loro espulsione dal paese (l’Inquisizione spagnola).
Ritorniamo all’epoca Medievale, siccome i musulmani erano molto tolleranti verso i cristiani e gli ebrei, questi ultimi vissero in Spagna in condizioni di grande tranquillità – esponenti della comunità ebraica fecero anche carriere politiche.
Nell’Europa cristiana, invece, la loro condizione mutò nel corso dei secoli (Ivanhoe, di Valter Scott ne fa una veritiera descrizione).
Nell’Alto Medioevo il loro ostinato rifiuto al battesimo Cristiano li escludeva dalle strutture sociali, ma non gli impediva di partecipare attivamente alla vita commerciale/economica; dopo il Mille, però, il loro ruolo iniziò a cambiare: oltre alla lavorazione del vetro e dell’oro iniziarono a dedicarsi alla parte commerciale del prestito e dell’interesse, attività proibite e condannate dalla Chiesa. Quest’ultima vietava tale attività ai cristiani ma, la società, non poteva farne a meno.
Il movimento crociato fu un motivo d’accusa per gli Ebrei come usurai e uccisori di Cristo, provocando spaventosi massacri. Le persecuzioni, le accuse portarono molti di loro al suicidio.
Accusati anche di essere i portatori del flagello di Dio (la peste del ‘300), le comunità ebraiche furono ulteriormente colpite da persecuzioni ed espulsioni. Le uniche città tolleranti verso gli ebrei alla fine del Medioevo furono Venezia, Milano, Mantova e Roma.
Questo quadro europeo ci ha permesso di farci delle idee errate, o non completamente corrette, verso questo popolo né colpevole, né innocente; soprattutto nell’800, quando iniziarono i nazionalismi e le accese lotte razziali.
Per esempio, partiamo dagli inizi: abbiamo una versione del Talmud detta di Gerusalemme, e una più completa babilonese; si svilupparono diverse tradizioni sia esegetiche che legali. Prendiamo i codici di legge ebraica, che sono combinazioni di testi.
Eppure, anche tra questa gente, si hanno delle divisioni e delle scissioni, le quali impedirono una unione e un appoggio tra le varie comunità.
Premetto che l’odio per la “purezza”, e lo metto tra virgolette, c’è in tutti coloro che danno una definizione di razze razziale, e sottolineo tutti, uguale come in tutte le religioni professate. Quest’odio sembra intrinseco in tutta la specie umana, in questo percorso si potrà arrivare alla causa del sionismo e di chi appoggia questa causa.

Obsoleta natura e la causa di mutazioni storiche e sociali, per esempio l’opposizione fra Sadducei e Farisei alla fine dell’epoca del Secondo Tempio, dove i sadducei erano infatti una forma di élite aristocratica sacerdotale molto conservatrice.
Non diversa da noi e come un punto di vista sociale, ma anche religioso e legale, ci differenziasse con patrizi e plebei quando pensiamo alla civiltà sull’antica Roma – meglio riflettere prima di vantarcene e giudicare gli altri popoli. Comunque, è sempre stato uno dei problemi principali dell’ebraismo il poter avere una società compatta e unitaria, soprattutto quello di mediare fra la necessità di conservazione e stabilità (tipica di ogni cultura religiosa) e il bisogno di un rinnovamento che permettesse alla cultura stessa di non diventare obsoleta.
L’ebraismo ha sempre conosciuto un elevato grado di pluralismo, prendiamo per esempio la popolare festa di Channukka: non è solo riferita alla guerra di un gruppo di ebrei contro il potere ellenistico, ma anche contro gli ebrei ellenizzanti. La questione ebraica è molto più lunga e complessa, soprattutto se teniamo anche in considerazione l’aspetto etnico/geografico, rendendo necessario un adattamento di leggi e costumi a tradizioni locali, senza però mancare al loro dovere di cittadini nel rispettare le leggi dello stato in cui vivono.
Un altro problema del popolo ebraico fu, ed è tuttora, doversi misurarsi con la nuova realtà sociale dell’emancipazione. Resta da capire in quale misura fosse ed è possibile all’ebreo restare fedele alla sua appartenenza identitaria senza mancare di rispetto ai suoi doveri.

La complessità dell’argomento non mi permette di essere precisa ma, almeno, di fare un quadro generale della situiazione: quello che la gente pensa, giudicando, dei vari movimenti ebraici è spesso errata, come, per esempio, non sono a conoscenza dell’esistenza di donne rabbino all’interno dell’ortodossia ebraica. Ci sono gli ultra-conservatori (ultra-ortodossia), i quali non fanno concessioni alla modernità e che continuano a immaginare una vita ebraica autarchica, in cui l’interazione pratica e culturale col mondo non ebraico è ridotta al minimo e, spesso, vissuta con grande auto-protezione e conservazione attraverso l’isolamento.
Dall’altro lato abbiamo l’estremo opposto, ovvero gli ultra-liberali: i quali considerano l’ebraismo come una cultura e una tradizione, ma senza nessun elemento di tipo obbligatorio, arrivando, addirittura, a vedersi come un ebreo unito ad altre culture e tradizioni, o nel voler sposare una persona ebrea con un rito misto a cui parteciperanno più ministri di culto di diverse religioni. Questo processo si chiama sincretismo, trovato a oggi, per esempio, verso la religione buddista.
Ci sono altri movimenti all’interno della nuova cultura ebraica che non starò a citare, questo serve per fare un piccolo chiarimento e per capire concetti contemporanei come il sionismo e l’antisionismo che, sebbene sia un movimento discutibile, spesso, viene confuso con l’antisemitismo e l’antigiudaismo.

Il Medioevo nei confini, politica del continente euro-asiatico

Per la Scandinavia il Medioevo fu un periodo di scorrerie e di migrazioni normanne ma, tra X e XI secolo, si erano formati i regni di Danimarca, Norvegia e Svezia, nei quali il potere centralizzato della monarchia procedette di pari passo con l’evangelizzazione.
Accanto a una nobiltà di tipo feudale – i rapporti e gli scambi economici con le zone tedesche e inglesi –, si formò un ceto mercantile che aveva il controllo delle città sorte lungo le coste orientali e meridionali.
Nel 1397 ci fu l’unione dei tre regni, ovvero Danimarca, Norvegia e Svezia che prese il nome di Unione di Kalmar, destinata a durare oltre il Medioevo; quest’ultima non servì a rafforzare il potere regio assai debole e limitato dalle sue prerogative dall’aristocrazia feudale e dalle città.

Se portiamo l’attenzione alla Boemia possiamo affermare la sua nascita al tempo di Ottone I di Sassonia, un ducato sotto l’alta sovranità del re di “Germania” (messa tra virgolette in quanto non era ancora nato lo stato di Germania, ma per fare capire il territorio). Si tratta della dinastia boema dei Premyslidi dove, nel 1085, i duchi ottennero dall’imperatore il titolo di re, pur continuando a riconoscerne la sovranità.
Nel 1310 il trono passò ai conti di Lussemburgo, i quali conseguirono anche la corona imperiale, prima, con Enrico VII e poi con Carlo IV. Sotto quest’ultimo imperatore Praga, residenza di Carlo IV stesso, divenne il cuore dell’Europa attraversando un periodo di splendore artistico-culturale ed economico.
Siamo nel 1348 quando, sul modello di Parigi, nacque la prima università dell’Europa centrale: Universitas Carolina, dove insegnarono i migliori maestri del tempo.
Un periodo importante per la nascita dei primi sentimenti di identità ceca, sebbene Carlo IV fosse di educazione e parlasse la lingua francese, sotto forma di sofferenza per la larga presenza di elementi germanici della Chiesa e nelle attività produttive e commerciali (proprio qui mi collego all’articolo precedente: “ritorniamo alla popolazione ceca, i pregiudizi nei confronti dei cechi dall’Ottocento alla metà del Novecento vennero come una lotta millenaria: nella loro professione di fede presentata al sinodo di Guttemberg riunito nel 1442 dove dichiararono il papa l’anticristo, bastò, a distanza di secoli, a lasciare “un odio legittimato su basi razziali” contro i tedeschi, di cui loro dovevano difendersi). La situazione precipitò durante il regno di Vaceslao, che dal 1386 cinse anche la corona di Ungheria.
Il regno di Boemia, anche se ritornò indipendente nel 1458, passò nel 1526 alla casa d’Asburgo.

Dalle parti della Lituania di oggi ebbero vita le popolazioni baltiche, questi ultimi vennero suddivisi in due gruppi principali: balti marittimi (ovvero prussiani, i curioni e i golindi) e balti continentali (i progenitori dei lituani, dei lettoni e dei golindi orientali).
Dopo le invasioni prima dei goti e poi degli unni, subì una massiccia migrazione delle popolazioni slave fino la costa rimaste fino a oggi.
Fatto un quadro generale della situazione facciamo un salto temporale dove arriviamo all’impero e alla sovranità che ebbe sotto di esso lo stato dei Cavalieri teutonici. L’ordine religioso-cavalleresco che dalla Palestina si era trasferito in Europa per la sorte segnata delle crociate, si impegnò nella colonizzazione ed evangelizzazione dei territori oltre l’Elba e lungo le coste del Baltico, ancora abitati da popolazioni pagane. Il risultato immediato fu la conquista della Pomerania e della Prussia orientale, al di là della Vistola, concessa in feudo dall’imperatore Federico II.
Sin dall’inizio il territorio prussiano venne configurato come un vero e proprio organo di governo di uno Stato sovrano, questo territorio fu condiviso al tempo stesso in circoscrizioni, ognuna delle quali era governata da un economo (komtur), che era anche il superiore del convento locale. Trattandosi di un ordine non solo religioso ma, anche, militare era molto curato l’addestramento e l’organizzazione dell’esercito (e poi ci chiediamo come mai divenne una grande potenza nel secolo decimo nono e quasi vinse i due conflitti mondiali).
L’avanzata dei Cavalieri teutonici nel corso del Trecento, con metodi spesso assai brutali, da loro adoperati nei confronti dei Lituani e delle popolazioni slave soggette in generale, rese però il loro dominio sempre più inviso; questo facilitò la controffensiva dei Polacchi, infrangendo il mito della superiorità militari di tali Cavalieri. L’ordine dovette cedere alla Polonia la Prussia orientale con la città di Danzica, conservando il resto della Prussia in condizioni di vassallaggio.
L’ordine dei Cavalieri teutonici fu sciolto nel Rinascimento, quando il Gran maestro Alberto del Brandeburgo aderì al Protestantesimo, proclamandosi duca sotto l’alta sovranità del re di Polonia. I conventi di questo ordine, però, rimasero esistenti in Germania e lo sono ancora oggi, avendo solo un carattere religioso; il Gran maestro risiede ancora oggi a Vienna.

La Polonia nacque nel X secolo dall’arrangiamento di piccoli Stati slavi nella grande pianura tra Oder e la Vistola, raggiungendo una considerevole estensione territoriale. Si trattò, però, di un regno effimero che non sopravvisse a lungo, alla fine del secolo XI scomparve il titolo di re e si tornò alla frammentazione del paese in vari ducati e principati, dai confini incerti e in perenne lotta tra di loro.
Nel 1382 la Polonia con la loro nobiltà ebbe ancora una posizione di rilievo, fece convertire le tribù rimaste pagane al cristianesimo formando uno stato polacco-lituano, estendendosi sia verso il Baltico che in territorio russo e ucraino, fin quasi alla penisola di Crimea. Con la vittoria sui Cavalieri teutonici, l’arrivo a corte di umanisti italiani e tedeschi, nacque l’università di Cracovia.
L’enorme potere della nobiltà, però, fu motivo di debolezza della monarchia, alla quale il sovrano stesso aveva dovuto fare sostanziose concessioni per averne il sostegno nella politica espansionistina.

La grande popolazione dei Magiari, descritta negli articoli precedenti, diede vita al regno di Ungheria nel X secolo. Si convertirono al cristianesimo romano a opera di missionari provenienti dalla Germania, si diedero un ordinamento politico unitario, superando la divisione in tribù.
Dopo l’anno Mille, quando papa Silvestro II considerò vassallo della Santa Sede Stefano I, la politica espansionistica dell’Ungheria assorbì la corona della Croazia, controllando per qualche periodo la Bosnia e l’Erzegovina. Ma i privilegi e le terre concesse all’aristocrazia per avere fedeltà e sostegno nelle conquiste, i sovrani divennero impotenti alla pressione di quest’ultima; fu per questo che vennero rafforzati questi rapporti con la Bolla d’oro (contemporanea alla Magna charta inglese), strappata nel 1222 al re Andrea II. Questa carta aveva una clausola particolare che consentiva il diritto di ribellarsi al sovrano in nome degli interessi della nazione.
Le difficoltà maggiori vennero dalla posizione geografica del regno: infatti, questo, era circondato da tre grandi formazioni politiche e alla pressione delle popolazioni nomadi, seminomadi provenienti dalla Russia e dall’Asia. Particolarmente devastante fu l’invasione dei Mongoli, per cui dopo la loro ritirata fu necessario colonizzare il nuovo paese.
La Polonia era sotto il regno di Ungheria- Croazia, ebbe l’indipendenza a causa dell’indebolimento della corono nei confronti dell’aristocrazia, passando sotto a Sigismondo di Lussemburgo e, poi, ad Alberto d’Austria, entrambi imperatori e re di Boemia.
Nel 1526, sempre con varie lotte interne tra la nobiltà e la monarchia, l’Ungheria, insieme alla Boemia, fu annessa all’Austria e agli Asburgo, alla quale resterà unita fino agli inizi del XX secolo.
All’Ungheria fu allungo unito il regno di Croazia, popolo slavo che – dopo essere stato sottomesso agli Avari, ai Franchi e ai Bizantini – diede vita a uno stato autonomo con il re Tomislav, sia pur sotto la formale sovranità di Bisanzio e a seguire.

Trattando l’argomento dei popoli slavi situatisi nei Balcani, tra questi poniamo anche i Bulgari, bensì sia un popolo turco ma profondamente slavizzato. Anche loro nel X secolo diedero vita a una stato giungendo, per estensione, a minacciare Costantinopoli. Agli inizi del secolo XI si convertirono al Cristianesimo dove, solo la nobiltà, rimase fedele al culto pagano.
Sotto la dominazione di Costantinopoli alla fine del secolo XI, riprese il vecchio nome di Mesia. La dominazione Bizantina si dimostrò tutt’altro che stabile, le continue rivolte interne tra la nobiltà, le scorrerie proveniente dalla Russia, ridussero la popolazione; a questi si aggiunsero la crisi dell’impero sotto i colpi dei nemici tradizionali, ai quali si aggiunsero i crociati.
nel 1185 vi fu la rinascita del regno di Bulgaria, di cui Bisanzio riconobbe l’indipendenza nel 1202.La dominazione del rinnovato regno resistette anche all’invasione Mongola ma, ancora una volta, si trattava di un organismo debole. Questo particolare fece in modo che le difese contro i turchi si indebolirono, infatti nel 1369 ne presero il dominio.
Dello stato di Serbia, purtroppo, se ne potrà parlare nel XII secolo dove, nella prima metà del 1300 la Serbia raggiunse l’apice della potenza assorbendo la Macedonia, l’Albania e la Bosnia. Ma le lotte dinastiche la indebolirono lasciando il via libera alla conquista Turca.

Le basi dell’odio

Tutta la storia e gran parte del progresso storico è dovuto ai popoli che vissero in riva al mare e solcarono i mari, abbiamo i popoli dell’antica Grecia, i romani, i vichinghi, i popoli arabi e via scrivendo… molti stati a stampo germanici sono nati sulle rive di un piccolo sbocco sul mare e, quando nacque l’Impero prussiano, al mare ambiva la futura Germania.

Partiamo da qua, dal secolo decimo nono, quando l’impero pangermanico e panrusso si contendevano il potere del commercio sui mari (oltre a quello militare); da questa rivalità, da questo odio, dalla nascita degli studi sulle razze umane di questo secolo – che poi si andrà a finire alle guerre oscure del Novecento –, proprio in questo periodo che il vocabolario germanico assunse parole dispregiative verso i popoli slavi e, poi, verso altri popoli definiti razza inferiore.

Partiamo dall’immagine che fornivano i vocabolari tedeschi, le enciclopedie, dell’immagine piuttosto chiara dei polacchi e della parola polacco: con i lemmi “Polack”, “polatschen”, “polnisch”, “polaken”. Dagli inizi del XIX secolo il concetto di polacco indicava nella lingua tedesca un individuo stupido, vile, abietto, rozzo, sporco, incapace e ubriaco. Mettevano frasi come “polenvoll”, “voll wie ein Pole”, quest’ultima indicava un individuo selvaggio, che si lascia andare agli impulsi, incompetente e inadatto al lavoro.

Un’altra parola tedesca che segnò la violenza dei secoli XIX e XX, fu untermensch (parola tedesca per sub-umano). Questo termine indica una specifica categoria di popoli inferiori come: prima gli slavi poi, a seguire, gli ebrei, gli zingari e ogni altra persona che non fosse di “razza ariana”.

Prima delle persecuzioni ebraiche fu messo in atto – dagli strascichi del secolo precedente – l’antislavismo di Adolf Hitler contro polacchi, ucraini, russi e altri popoli appartenenti a questa tribù antica. Partiamo dal secolo decimo nono dove ancora gli ebrei erano parte integrante del popolo tedesco, tutti i tedeschi e gli ebrei dell’impero prussiano e, ancora di più, in quello austriaco si ispiravano al modello di Berlino imposto a quei tempi; nello steso tempo una parte degli slavi guardava verso il modello Russo, dove l’impero austriaco era già finito ancor prima della sua caduta dopo il primo conflitto e, dove, una Prussia e una Russia temporeggiavano e avevano accodi matrimoniali tra sovrani ma, che, in segreto, ognuna di loro avrebbe strappato con le unghie e con i denti i territori ambiti dall’una e dell’altra.

La società totalitaria della Germania era già in atto in questi anni, reduce di un popolo di combattenti e guerrieri quali i vichinghi – differentemente dalla pacifica, per esempio, popolazione ceca che rappresenta ancora oggi una delle migliori tribù slave, in quanto nelle loro vene scorre il sangue Hussista, il sangue caldo dei toboriti –, dove le sue strutture politiche, sociali, economiche sono semplificate al massimo e un programma ideologico è imposto alle masse come visione del mondo ridotta di solito a poche idee di base. Questo ha portato Hitler a selezionare le sue idee, quelle che naturalmente riteneva giuste, le ha trasformate in programmi, meccanizzate e imposte nelle scuole, nelle università e in tutto il circuito sociale: il programma globale del Terzo Reich.

Uno di questi stereotipi nazionali fu, propriamente, l’immagine negativa degli slavi, quest’ultimo punto ha una lunga tradizione nei paesi di lingua tedesca.

Come per noi anche il principio pseudo-etimologico della parola porta origini non molto positive (da noi, poi, diventata “ciao”) tra il concetto di “Slave” (slavo) e di “Sklave” (schiavo). Ciò che accentuò il significato di questo termine fu ciò che accadeva nell’impero russo agli occhi dei popoli dell’Elba e del Reno: la Russia era un paese di schiavi governati da una ristretta cerchia di uomini liberi influenzati dalla cultura prusso-germanica. Va sottolineante che, parte i russi, fino agli anni Settanta del XIX secolo nessun popolo slavo possedeva un proprio Stato. 

Lo slavo occupato non accettava questa sua condizione di “schiavitù” sotto la mano pangermanica, questo non faceva altro che confermare l’opinione che gli slavi fossero servi nati e non uomini liberi.

«Popoli privi di una propria cultura, a cui era necessario portare la lingua e la cultura tedesca» fu una delle voci che, sin dai tempi del secondo Reich, si vociferava tra i tedeschi e la tedeschizzazione. 

I popoli germanici venivano raffigurati, soprattutto prussiani e austriaci, come personificazione della cultura; già nel XIX secolo i russi vengono descritti come mezzo-asiatici o mezzo-barbari, dove gli studi delle razze e la lunga invasione tartara, per i germanici ariani, aveva contaminato già una razza inferiore.

Ritorniamo alla popolazione ceca, i pregiudizi nei confronti dei cechi dall’Ottocento alla metà del Novecento vennero come una lotta millenaria: nella loro professione di fede presentata al sinodo di Guttemberg riunito nel 1442 dove dichiararono il papa l’anticristo, bastò, a distanza di secoli, a lasciare “un odio legittimato su basi razziali” contro i tedeschi, di cui loro dovevano difendersi.

Slavi e germanici

I magiari sono una popolazione ugro-finnica che verso la metà del IX secolo dalla zona del Caucaso iniziò la migrazione verso Ovest insieme alla popolazione tatara (noi erroneamente chiamati tartari) dei peceneghi, e nell’anno 896 si insediò nella pianura pannonica. 

Con Géza (972-997) della dinastia degli Árpád ebbe inizio la conversione dei magiari al cristianesimo; il suo successore, Stefano il Santo (997-1038), gettò le basi dello Stato ungherese. 

Il magiaro (o màgiaro), sinonimo di ungherese, usato specialmente come termine storiografico per indicare quel raggruppamento etnico ugro-finnico che, nei secoli IX-X, si stanziò nella pianura del medio Danubio. 

Gli stessi Ungheresi, i quali chiamano Magyarország l’Ungheria, e magyar nyelv la loro lingua: lingua, letteratura, civiltà, cultura magiara (Visione del secolo decimo nono, un mondo con ideali che diedero sfogo alle peggiori guerre del secolo scorso: il sanguinario ‘900).

L’Impero Austriaco era un connubio di razze, a oggi chiamate popolazioni ma a quei tempi definite propio come tali. Le principali erano quattro: slavi (in generale), tedeschi (precisamente austriaci), magiari (ungheresi) e valacchi (quindi a oggi romeni); le quali non erano solo molto diverse tra loro per natura, usi, costumi e lingua, erano anche ostili tra l’una con l’altra.  Questi popoli non saranno mai tenuti legati dallo Stato tedesco dell’impero austriaco se non con la violenza governativa, quest’ultima porterà l’impero a essere uguale a una pentola a pressione. 

Tra queste principali popolazioni non mancano la minoranza italiana e una maggioranza ebrea.

Si trattava giustamente di soddisfare i tedeschi la cui maggioranza, pur aspirando alla conquista di una costituzione liberale, era insistentemente ostinata a conservare nelle proprie mani l’antico diritto alla supremazia statale nella monarchia austriaca sebbene costituivano, ebrei compresi, che la quarta parte della popolazione. 

Lo Stato Cisleitano (lAusgleich del 1867, nome dato alle terre dell’impero asburgico a occidente del fiume Leitha dopo l’Ausgleich del 1867: il nome non è ufficiale della metà occidentale dell’impero austro-ungarico, che fino al 1915, è stato ufficialmente chiamato “I regni le terre rappresentati nel Consiglio dell’impero”, che è il Parlamento, imperiale) o germanico-slavo, una missione storica antica dei tedeschi di conquistare i territori slavi. 

Eppure nell’antichità molti popoli germanici (i vichinghi) avevano messo piede in occidente già dal dominio romano. Ma in tutto l’ottocento l’obiettivo dell’Impero Asburgo fu la germanizzazione o, meglio, tedeschizzare gli slavi. Così nacque tra le due nazioni un odio reciproco, profondo e storico, motivato per ognuna delle parti dalla rispettiva specifica posizione.

Gli slavi odiano i tedeschi come ogni popolo vinto detesta il vincitore, ma non si sono mai rassegnati e, in fondo all’anima, restano ribelli. I tedeschi odiano gli slavi come di solito i padroni detestano i propri schiavi; li odiano proprio per l’odio, ben meritato, che hanno suscitato suscitato negli slavi contro se stessi. 

Come ogni invasione di terra straniera (vedi #Palestina) e ogni oppressore verso un popolo straniero, i tedeschi odiano e insieme disprezzano linguisticamente gli slavi. Li odiano per la lingua e li disprezzano perché, nonostante ogni sforzo, gli slavi non hanno potuto e non hanno voluto lasciarsi tedeschizzare.

Fu così che i tedeschi prussiani rimproverano amaramente e seriamente i tedeschi austriaci, arrivando persino ad accusarli di tradimento per non aver saputo tedeschizzare gli slavi. Sono convinti – in fondo a ragione – che ciò sia un enorme delitto commesso ai danni degli interessi patriottici, ma più nazionalisti, dei tedeschi contro il pangermanismo. 

Quivi assistiamo da una parte il pangermanismo e dall’altra il panslavismo: per la gioventù rivoluzionaria russa di opporsi con tutte le forze e con ogni mezzo possibile alla propaganda panslavista diffusasi in Russia e tra i paesi slavi; essi erano compiacenti slavofili verso il governo russo, dove la fedeltà andava allo zar pietroburghese. Questo percorso di amore e protezione verso tutti i popoli slavi fu attuato anche da Stalin e la sua oppressione. 

L’abietto Impero Russo, che ha soffocato l’Ucraina e la Polonia, con la scusa di volerla liberare dal giogo germanico, il gabinetto pietroburghese vendette la Boemia e la Moravia al principe Bismarck, non agisce di certo meglio del “nemico” tedesco.

Non dimentichiamo che, mentre gli slavi in origine erano un popolo pacifico e di coltivatori, i germanici – non scordiamo che sono i vichinghi – hanno un’origine guerriera.

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