La Prima Guerra Persiana.
È possibile definire questo scontro come una lotta tra la libertà della Grecia e il dispotismo persiano. Iniziò con il re Dario (Persia) che nel 490 organizzò una spedizione punitiva nei confronti di Atene. Quest’ultima con la democrazia affermata nella pólis, lo sviluppo nel campo del commercio e la fioritura soprattutto verso le città situate nella costa ionica sarà la causa del conflitto contro l’impero persiano. In poche parole questo benessere economico attirò il già ampio impero Persiano che già comprendeva la Ionia, l’Egitto, la Mesopotamia la Siria fino a estendersi ai confini della Lidia.
È chiaro come il dispotismo persiano si scontri con la democrazia Greca, per questi ultimi essere sconfitti avrebbe significato essere sottomessi e perdere il proprio ordinamento politico: la democrazia.
C’è da specificare, però, che le terre sotto il dominio persiano oltre a dover pagare il tributo ai loro dominatori, conservavano le proprie leggi e usanze, in poche parole gli era permesso conservare una certa autonomia.
Ma nel 499 sotto la guida del tiranno Aristagora di Mileto, vi fu una rivolta (la famosa rivolta ionica) contro il dominio persiano a quei tempi governato dal re Dario. Solo Atene ed Eretria inviarono delle flotte in aiuto a Mileto e gli scontri durarono alcuni anni ma, alla fine, i persiani ebbero la meglio e nel 494 la città fu distrutta. Il re persiano Dario, successore di Ciro, tramite l’invio di ambasciatori alle città greche, tentò di esigere un loro atto di sottomissione reclamando “la terra e l’acqua”. Le città che rifiutarono tale richiesta furono Atene e Sparta, tale atto spinse il re Dario ad attuare una spedizione che diede il via alla prima guerra persiana.
La prima guerra persiana si svolse a Maratona, dove nel 490 i persiani partirono con una spedizione per la conquista di Atene: il loro scopo era di assediare Atene, terrorizzare gli ateniesi e, infine, sottometterli.
La spedizione persiana fu accompagnata da Ippia figlio di Pisistrato, il quale si era rifugiato alla corte del re di Persia; invece la flotta persiana, comandata dal generale Dati e dal satrapo Artaferne, conquistò Eretria dove deportò la popolazione dall’Asia e lì si diresse verso l’Attica stabilendo l’accampamento dalla parte nord di Atene, nella pianura di Maratona. I Persiani erano molto più numerosi contro i diecimila opliti comandati da Milziade; sembrava una vittoria scontata, ma in guerra la tattica si rivela molto più importante del numero degli uomini. I Persiani combatterono in ordine sparso, facevano affidamento soprattutto sui loro temibili arcieri. I Greci erano molti di meno, ma combattevano usando il famoso schieramento oplitico – la falange oplita: La falange oplitica era la formazione di fanterie pesante più forte di tutta l’antichità, almeno fino all’arrivo della legione romana. I greci erano in perenne stato di guerra fra loro, guerre stagionali ovviamente, che iniziavano in primavera e finivano in autunno o in tarda estate. Si combatteva per i pascoli, per le rotte commerciali e per le poche pianure coltivabili presenti nella frastagliata penisola greca. In questo ambiente roccioso e poco praticabile, i greci svilupparono uno stile di combattimento unico basato su un grande scudo tondo (hoplon) e su delle formazioni compatte e fitte di soldati. Le falangi oplitiche erano delle solide schiere di guerrieri che marciavano all’unisono armati di scudo, lancia e una corta spada, accompagnati da suonatori di flauti e trombe –, cui forza d’urto scompaginò e disperse le forze persiane.
Erodoto afferma che i persiani rimasti si reimbarcarono sulle loro navi diretti ad Atene. Ma Milziade sapeva che Atene era ancora minacciata dall’armata persiana, così marciò davanti alla città.
Il generale persiano Dati decise di ritirarsi.
La Seconda Guerra Persiana.
Passati dieci anni dalla battaglia di Maratona, tra la prima e la seconda guerra persiana, furono molto importanti per Atene: Temistocle propose la fortificazione del porto del Pireo, il potenziamento della flotta (costituita da trireme, chiamata così perché dotata di tre ordini di remi a scalare, per favorire una rematura più efficace), l’avvio di una vasta politica d’intervento militare nell’Egeo.
Ci fu chi si oppose, ma Temistocle tenne duro e con l’ostracismo (bando che colpiva, nell’antica Atene e nelle città che ne imitavano la costituzione, il cittadino ritenuto pericoloso per la sicurezza dello stato; detto così dal frammento di terracotta sul quale il nome del concittadino inviso veniva scritto da coloro che votavano nell’assemblea popolare: messa al bando di un cittadino) fece cacciare questi ultimi dalla pólis. Nel giro di pochi anni Atene divenne la prima potenza navale della Grecia pronta ad affrontare e a sconfiggere una seconda minaccia persiana.
Ciò che diede importanza a questa guerra fu come i greci, per la prima volta, si riunirono per sconfiggere un nemico comune per un unico diritto: la libertà. Nel 481 a.C. Atene, Sparta, Corinto e altre póleis greche si unirono nella Lega panellenica (una lega dove unisce le póleis greche in funzione anti persiana) per resistere all’invasione persiana, la quale volevano sottomettere la Grecia intera.
Il comando dell’alleanza fu assegnato a Sparta, cui era riconosciuta una indiscussa supremazia nell’arte della guerra, anche se tardò la sua partenza con la scusa delle feste religiosi e dell’attesa dell’oracolo di Delfi. Dei due re solo uno prese mano alla spedizione contro i persiani: Leonida che partì con i suoi famosi trecento uomini alle Termopili e la flotta ateniese presso capo Artemisio.
I persiani attaccarono per tre giorni, ma non riuscirono a piegare l’esercito spartano. Il terzo giorno Efialte, un pastore greco, tradì il suo popolo indicando ai persiani un sentiero attraverso la montagna. Ora, al comando della Persia c’era il re Serse (succeduto al padre Dario I) che grazie alla soffiata riuscì a prendere i greci alle spalle.
Caduto l’esercito spartano, a capo Artemisio, intanto, i greci non riuscirono ad arrestare la flotta spartana presso le coste ateniesi. Temistocle, allora, visto che nulla più si opponeva all’avanzata dei Persiani, fece evacuare Atene e trasferì tutta la popolazione dell’Attica sulle isole di Salamina ed Egina; poi portò la flotta greca nello stretto braccio di mare tra l’Attica e l’isola di Salamina e attese.
L’esercito di Serse invase l’attica portandosi verso il Peloponneso, ma l’esercito spartano li fermò.
La strategia di Temistocle ebbe successo: egli attirò la flotta nemica nello stretto braccio di mare fra Salamina e l’Attica, dove le navi persiane si ritrovarono prive di libertà di manovra, una addosso all’altra. Non riuscendo a manovrare e ostacolandosi le une con le altre, le navi persiane vennero attaccate, speronate e incendiate dalle triremi greche.
“In effetti lo scontro che si svolse nelle acque dell’Egeo è uno di quegli avvenimenti che hanno avuto più effetti nella storia, in quanto ebbe un impatto essenziale nella sopravvivenza della civilizzazione greca e indirettamente quella romana, che avrebbero potuto soccombere se la flotta persiana, comandata da Serse, fosse risultata vincitrice. Le parole di Temistocle, che in nome della libertà e del concetto, allora così nuovo di democrazia, vuole unire tutti i greci contro i persiani, suonano ancora oggi da monito ed esempio: «E ora diamo fondo alle nostre risorse e allontaniamo queste navi dal grembo della Grecia… Oggi è un privilegio poter essere qui… Questa storia verrà raccontata per migliaia di anni, che la nostra resistenza venga consegnata alla Storia, e che tutti vedano… che noi Greci abbiamo scelto di morire in piedi pur di non vivere in ginocchio!»
La battaglia, che vide da una parte circa mille navi persiane e dei loro alleati, contro trecentosettanta della coalizione greca, fu vinta grazie alla conoscenza del terreno, a una maggiore mobilità della flotta comandata da Temistocle ed ebbe luogo nel tratto di mare che separa l’isola di Salamina dalle coste dell’Attica. Anche questa volta i greci utilizzarono la stessa tattica adottata alle Termopili e a capo Artemisio, che consisteva nel cercare di annullare la superiorità numerica del nemico affrontandolo in uno spazio ridotto che non gli permettesse di dispiegare tutta la sua forza.
Le navi utilizzate erano triremi, lunghe 35/40 metri, larghe soltanto 6-7 mt e con un pescaggio ridottissimo, dotate appunto di tre ordini di rematori, capaci di spingerle a forte velocità (6-7 nodi circa, fino a 10 nel momento dell’attacco), la prora era rinforzata da un rostro in legno ricoperto di bronzo che serviva a speronare e ad affondare le navi avversarie. In questo modo poteva essere utilizzata come un siluro che, colpendo il nemico con il rostro sotto la linea di galleggiamento, ne provocava l’affondamento.
Solo quando i vascelli erano ormai a distanza talmente ravvicinata da impedire qualsiasi manovra diversiva, si procedeva all’abbordaggio dell’imbarcazione nemica. A Salamina successe proprio questo e in breve l’angusto campo di battaglia fu talmente ingombro di triremi che i marinai di Serse non poterono mettere in atto le loro manovre e far pesare la superiorità numerica, così la maggior parte delle loro navi fu speronata e affondata oppure abbordata dalla fanteria pesante greca.
Lo scontro volse presto in favore dei greci che lamentarono la perdita di sole quarantadue unità contro le circa duecento dei persiani, con un braccio di mare in breve tempo invaso dai rottami e i soldati di Serse che cercavano scampo aggrappandovisi vennero in gran parte trucidati dagli ateniesi, ansiosi di vendicare la distruzione della loro città; da evidenziare che i soldati persiani erano armati, e pertanto destinati ad annegare sotto il peso delle armature”.
Tealdo Tealdi (giornalista e ricercatore).
In greci interpretano le guerre persiane come un conflitto di civiltà, tra libertà e schiavitù. Le città greche avevano difeso la loro libertà; di lì a pochi giorni, la flotta greca ottenne una brillante vittoria sulla flotta persiana.